90 anni Olimpia · Storia 33 di 90

Aleksandar “Sasha” Djordjevic

649 parole · 3 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Nell’estate del 1992, a venticinque anni, Aleksandar “Sasha” Djordjevic arrivò a Milano con una reputazione che in Europa stava già diventando leggenda. Appena pochi mesi prima aveva firmato uno dei canestri più iconici della storia del basket continentale: la tripla allo scadere nella finale di Istanbul che regalò l’EuroLeague al Partizan Belgrado.

La Philips Milano gli affidò la regia della squadra e Mike D’Antoni – che di playmaker se ne intendeva – fu il primo a credere davvero in lui. L’impatto non fu immediato. Nel girone d’andata le sue medie restarono sotto le aspettative (16.2 punti a partita) e la serata da incubo contro Treviso – solo 4 punti segnati – sembrò segnarne il punto più basso. Ma Djordjevic non era un giocatore comune: aveva la capacità di cambiare il ritmo non solo al gioco, ma all’intera stagione.

Nel girone di ritorno si trasformò. Chiuse con 23 punti di media, trascinò l’Olimpia in una lunga serie di vittorie e fu il protagonista assoluto della cavalcata europea che riportò a Milano la Coppa Korac, l’ultima coppa continentale finita in bacheca. La finale di ritorno contro la Virtus Roma, al Forum, resta nella memoria dei tifosi: 38 punti, cinque triple nei primi otto minuti e quell’esultanza – la corsa sui tabelloni pubblicitari – rimasta come una fotografia fissa nella storia del club.

Nella stagione successiva, con la nuova sponsorizzazione Recoaro e un budget ridimensionato, Djordjevic si caricò l’intera squadra sulle spalle. Vinse la classifica marcatori con 27.4 punti di media, fu anche il miglior assist-man (3.9), e firmò una prestazione da 43 punti contro Montecatini. L’Olimpia chiuse quinta, ma il suo valore andò ben oltre la posizione in classifica: rappresentava la regia, il carattere e la fierezza di una squadra che non si arrendeva mai.

Poi la società cambiò volto. L’arrivo di Bepi Stefanel e di Nando Gentile da Trieste segnò un nuovo corso. Due playmaker di quella caratura non potevano convivere. Djordjevic lasciò Milano, ma Milano non lo dimenticò.

La sua carriera proseguì in Europa e negli Stati Uniti: Fortitudo Bologna una parentesi NBA a Portland, poi Barcellona e Real Madrid. Ma il filo con l’Olimpia restò intatto.

Nel 2005, a trentasette anni, tornò. L’Armani Jeans attraversava un momento difficile dopo un buon avvio di stagione. Servivano esperienza, leadership e personalità. Sasha rispose presente. All’inizio s’inserì con gradualità, ma nei playoff riaffiorò il fuoriclasse. In gara-5 di semifinale contro Treviso mise due triple pesantissime e i liberi che chiusero la partita. Milano tornò in finale, persa di un solo punto contro la Fortitudo in una delle sconfitte più beffarde dell’era moderna. L’ultimo tiro, rivisto all’instant replay, chiuse la sua carriera da giocatore.

Pochi mesi dopo, nel gennaio 2006, l’Olimpia gli affidò la panchina. Il debutto fu esplosivo: vittoria 94-71 sul Maccabi Tel Aviv, poi il colpaccio al Palau Blaugrana contro il Barcellona. La squadra sfiorò la qualificazione alla Top 16 di EuroLeague, chiuse il campionato in rimonta e uscì nei playoff al primo turno contro Treviso. Fu il suo primo passo da allenatore, l’inizio di un nuovo capitolo.

Nella stagione seguente l’Olimpia guidata da Djordjević si qualificò per le Final Eight di Coppa Italia, dopo aver eliminato Montegranaro nei quarti, fu sconfitta in semifinale dalla Virtus Bologna. In campionato chiuse la regular season al secondo posto, alle spalle di Siena. Nei playoff superò Varese per 3-1 nei quarti, ma ancora la Virtus Bologna pose fine alla corsa in semifinale, sempre per 3-1. Fu la conferma di una squadra competitiva, solida e in crescita, ma ancora alla ricerca di un equilibrio definitivo tra ambizione e continuità. Fu l’ultima stagione di Djordjević all’Olimpia.

All’Olimpia Sasha vinse solo una Coppa Korac, riportò la squadra in finale da veterano e contribuì, da allenatore, a ridarle un’identità. Diede più di quanto ricevette e Milano, ancora oggi, lo saluta con il rispetto che si deve a uno dei giocatori più forti mai visti in maglia Olimpia.

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