90 anni Olimpia · Storia 75 di 90
Gianmario Gabetti
Gianmario Gabetti arrivò all’Olimpia con una consapevolezza che pochi dirigenti della sua generazione possedevano davvero: la pallacanestro non s’improvvisa. A lui era entrata presto nel sangue: la famiglia aveva già incrociato quel mondo, sponsorizzando Cantù, e certe dinamiche, rivalità, ambizioni, fragilità, le aveva viste da vicino.
Nel vuoto lasciato dal dopo Adolfo Bogoncelli, Gabetti capì che Milano non aveva bisogno solo di investimenti, ma di una guida capace di dare senso a ogni scelta.
Il mercato fu il campo su cui Gabetti lasciò le tracce più evidenti del suo modo di pensare. Il colpo che cambiò la geografia emotiva del basket italiano fu Dino Meneghin, strappato a Varese. Attorno a Meneghin arrivarono negli anni giocatori che, all’epoca, sembravano quasi impossibili: Antoine Carr, Bob McAdoo, Joe Barry Carroll. Nomi pesanti, sì, ma inseriti con criterio, dentro un’idea precisa di pallacanestro.
I risultati non tardarono e non furono episodici. Cinque Scudetti, due Coppe dei Campioni, e soprattutto quel Grande Slam del 1987 che ancora oggi rappresenta il punto più alto della storia dell’Olimpia e di un’intera epoca del basket italiano. Milano vinceva, ma soprattutto convinceva.
Quando il ciclo dei grandi vecchi terminò, Gabetti scelse ancora una volta di guardare avanti. Affidò la panchina a Mike D’Antoni, intuizione che parlava già di un basket futuro. La Final Four europea del 1992 a Istanbul sembrò per un attimo riaprire tutto. La semifinale persa contro il Partizan fu una ferita che bruciò a lungo, più per come maturò che per il risultato in sé.
Fu, in fondo, il canto del cigno. Nemmeno l’ultimo grande colpo, Aleksandar Djordjević, riuscì a riaccendere un ciclo ormai al tramonto. Arrivò una Coppa Korac, poi il passaggio di proprietà a Giuseppe Stefanel.
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