90 anni Olimpia · Storia 36 di 90
Riccardo Pittis
A vederlo in quel corpo lungo e sottile, con lo sguardo pulito di chi vuole imparare e le braccia sempre pronte ad allungarsi su una linea di passaggio, sembrava impossibile che Riccardo Pittis fosse nato con una malformazione cardiaca. Eppure era così. E sembrava ancora più improbabile che potesse arrivare, anni dopo, a tirare i liberi con la mano sinistra per colpa di un infortunio al tendine della mano destra.
Guardia-ala di oltre due metri, dotato di letture, ottima visione di gioco disciplina e attitudine difensiva, Pittis attirò subito l’attenzione di Dan Peterson. A soli sedici anni venne portato in panchina, senza ancora scendere in campo. Ma nella stagione 1986-87, quella dello storico Grande Slam, si guadagnò spazio vero. Era il nono nelle rotazioni, ma con presenza e carattere da veterano.
In gara 3 della finale scudetto contro Caserta, l’Olimpia si ritrovò sotto di 19 punti. Peterson, in difficoltà, decise di gettarlo nella mischia. E Pittis rispose con due triple, due schiacciate e dieci punti in un amen. La Tracer rientrò in partita, vinse e chiuse la serie. Quel giorno, quel ragazzo si prese la scena e la fiducia dell’ambiente.
Con Franco Casalini in panchina, l’anno successivo, il suo minutaggio raddoppiò. Nell’edizione 1988 della Coppa dei Campioni, disputò una Final Four da protagonista: a Gand segnò 8 punti nella finale contro il Maccabi, aprì la partita con una schiacciata in contropiede e firmò la stoppata decisiva su Berkowitz nei minuti finali. Aveva ancora 19 anni.
Nel 1989 arrivò un altro scudetto, quello della famigerata finale contro Livorno. Pittis era ormai parte della struttura portante della squadra. Mike D’Antoni, diventato coach nel 1990, lo mise al centro del progetto. In quella stagione giocò 32 minuti a partita con una media di 14.0 punti, diventando una delle ali più complete del continente: poteva difendere su tre ruoli, portare palla, attaccare il ferro, colpire in transizione.
La Philips giocava ad alto ritmo e Pittis si esaltava. L’Olimpia arrivò fino a gara 5 della finale contro Caserta. La stagione seguente non fu altrettanto positiva in campionato, ma in Europa i biancorossi raggiunsero la Final Four di EuroLeague a Istanbul, fermandosi in semifinale contro il Partizan di Djordjevic.
Nel 1992-93 visse la sua miglior annata individuale in maglia Olimpia: 15.7 punti a gara, leadership, impatto difensivo costante e il trionfo in Coppa Korac. Nella doppia finale contro Roma, Pittis fu semplicemente dominante: ne mise 31 all’andata al PalaEur, 21 al ritorno al Forum. Una leadership condivisa con Sasha Djordjevic, in una delle ultime notti memorabili del ciclo Philips.
Nell’estate del 1993, in un momento in cui la società aveva bisogno di liquidità, avvenne il clamoroso trasferimento: Pittis passò alla Benetton Treviso, dove proseguì e concluse la carriera, disputando undici stagioni di alto livello e contribuendo ai successi del club con quattro titoli nazionali complessivi e due medaglie d’argento europee con la Nazionale (1991, 1997).
Il suo percorso, però, rimane strettamente legato agli anni trascorsi a Milano, dove si formò come giocatore e dove consolidò la propria identità tecnica all’interno di una delle fasi più competitive della storia dell’Olimpia.