90 anni Olimpia · Storia 28 di 90
Russell “Russ” Schoene
Se oggi chiedete a chi c’era negli anni ’80 chi sia stato uno degli americani più sottovalutati e più decisivi passati da Milano, il nome di Russ Schoene viene fuori spesso. Arrivò come una scommessa, se ne andò da MVP del campionato. Nel mezzo, due stagioni in cui Olimpia tornò a vincere, dopo due anni consecutivi in cui lo scudetto era sfuggito in finale contro Roma (1983) e Bologna (1984).
Classe 1960, originario di Trenton (Illinois), Schoene fu il prototipo del lungo moderno ante litteram. Ala forte di 208 centimetri, gran tiro, piedi rapidi, intelligenza cestistica sopra la media. Alla University of Tennessee at Chattanooga guidò i Mocs a due titoli consecutivi della Southern Conference. Nel 1982, dopo una stagione da 13,6 punti e 7 rimbalzi di media, firmò la prima storica vittoria NCAA dell’ateneo: 15 punti e 7 rimbalzi contro NC State, poi 20 punti nella sfortunata eliminazione contro Minnesota.
Quell’estate, durante una Summer League nei sobborghi di Detroit, Toni Cappellari lo notò per la prima volta. “In campo c’era un bianco di due metri e cinque che correva, saltava, tirava e prendeva rimbalzi come un giocatore di colore”, ricordò anni dopo. “Appena mi dissero che era stato scelto con la 45ª chiamata al draft NBA da Philadelphia, pensai che potesse essere nostro. Ma nello stesso istante mi dissero che era stato il miglior colpo del draft e che in squadra ci sarebbe entrato eccome. E infatti finì ai Sixers con Julius Erving”.
Schoene disputò una stagione divisa tra Philadelphia e Indiana, trovando minuti veri e chiudendo a 8 punti di media. Ma nella Summer League dell’anno successivo, un salto fuori equilibrio, una brutta ricaduta e una fitta alla schiena ne bloccarono la crescita. Fu necessario un intervento chirurgico, e rimase fermo per l’intera stagione.
Nel frattempo, l’Olimpia dovette sostituire Antoine Carr. Cappellari si ricordò del lungo dai capelli rossi e lo portò in Italia, alla vigilia di un torneo a Reggio Calabria. All’esordio, Schoene ne mise subito 38. Ma al primo controllo medico, Franco Carnelli, storico dottore dell’Olimpia, alzò la soglia d’allerta: “È un rischio del centesimo grado della scala Mercalli”. Russ iniziò a girare con un cuscino di gommapiuma per appoggiarsi ogni volta che si sedeva.
La Simac, però, decise di rischiare. Insieme a lui arrivò anche Wally Walker, ex Seattle, veterano rispettato e uomo squadra. Fu proprio sua moglie a organizzare una cena per presentare a Schoene una sua amica. Russ si portò dietro Mike D’Antoni. L’amica si chiamava Laurel. Finì che si fidanzò, ma con Mike e poi divenne sua moglie.
Sul campo, l’avvio fu complicato. Schoene faticò a trovare ritmo e fiducia, un sondaggio della Gazzetta lo indicò addirittura come il peggior straniero della Serie A. Poi, in corsa, si presentò un’occasione: Joe Barry Carroll, in rotta con Golden State, decise di trasferirsi a Milano. Bisognava tagliare un americano. Tutti pensarono che sarebbe stato Schoene. Peterson intravide margini di crescita evidenti, decise di confermare Russ e di tagliare Walker. Da quel momento in poi, Schoene cambiò passo.
Il punto di svolta arrivò il 19 marzo 1985. Finale di Coppa Korac a Bruxelles contro Varese, campo di linoleum, atmosfera surreale. Carroll si muoveva con cautela per proteggere le caviglie, ma Schoene giocò una partita sontuosa: 34 punti, dominio tecnico, concretezza assoluta. L’Olimpia vinse 91-78 e sollevò la coppa.
Quell’estate, al bar dell’Hyatt Omni di Atlanta, Cappellari siglò il rinnovo con il suo agente, Jack Manton. La stagione 1985/86 fu, se possibile, ancor più esaltante per Russ. Carroll era tornato in NBA, al suo fianco c’era il giovane Cedric Henderson. Ma l’equilibrio della squadra ruotò attorno a Schoene, che giocò da 3, da 4, anche da 5, difese su chiunque e segnò con regolarità. Vinse la Coppa Italia con 21 punti in finale contro Pesaro, poi lo scudetto, con 34 vittorie su 40. A fine anno fu nominato MVP del campionato.
Nel frattempo conobbe Cathy, anche lei modella, amica di Laurell. Milano era diventata casa. L’intesa con i compagni era perfetta, la società desiderava trattenerlo a lungo. Ma al rientro negli Stati Uniti qualcosa cambiò.
Si allenò con i Pacers, apparentemente solo per tenersi in forma, ma sia Indiana sia i Seattle Supersonics — dove lavorava Tom Newell, figlio del leggendario Pete — misero gli occhi su di lui. Newell, grande estimatore di Russ, lo raccomandò al nuovo coach Bernie Bickerstaff.
E qui riaffiorò il filo delle coincidenze: a Seattle, D’Antoni e Laurel si sposarono. Durante un ricevimento, Laurel presentò Russ a un suo ex spasimante, guarda caso figlio del proprietario dei Sonics. “Vuoi una ala brava?” gli disse. “Prendi Russ”. La trattativa si sbloccò. I Sonics offrirono lo stesso ingaggio dell’Olimpia, ma con in più la prospettiva di minuti da titolare, pensione NBA e stabilità futura. C’era però un ostacolo: il contratto con Milano era ancora valido.
A quel punto intervenne persino David Stern in persona. Il commissioner della NBA, con la sua consueta eleganza, chiese a Milano di lasciarlo andare. La Simac ricevette un indennizzo e ottenne in cambio una corsia preferenziale per chiudere l’ingaggio di Ken Barlow.
C’è un ultimo dettaglio che racconta bene chi fosse Russ Schoene. Un giorno, osservando una foto, D’Antoni notò qualcosa di strano. Si accorse che a Russ mancava un pezzo di dito. Scoprì, poi, che Russ aveva subito un’amputazione parziale dell’indice della mano sinistra a livello della falange distale. Nessuno se n’era mai accorto.