90 anni Olimpia · Storia 27 di 90
La Banda Bassotti
Quando Dan Peterson mise piede a Milano nell’estate del 1978, trovò uno scenario molto diverso rispetto a quello di due anni prima, quando con Bologna vinse lo scudetto. Adolfo Bogoncelli aveva smantellato la squadra, vendendo pezzi da Nazionale: Iellini, Bariviera, Brumatti, Vecchiato. Quello che restava era un gruppo di giovani del vivaio, acerbi ma promettenti, e due lunghi atipici, Vittorio Gallinari e Toio Ferracini. Peterson capì subito che non poteva impostare il suo gioco su centimetri e chili. Così fece di necessità virtù: accelerò i tempi, alzò il ritmo, cambiò le regole del gioco.
Quella squadra venne ribattezzata con sarcasmo “la Banda Bassotti” da Oscar Eleni, durante una serata al Palalido. “Con questi qui si va dritti in A2”, disse il giornalista. E in effetti, vista dall’esterno, sembrava una sentenza logica: una squadra di “tappetti”, senza veri lunghi, in un campionato che all’epoca era popolato da centri dominanti e ali pesanti E invece no, non solo l’Olimpia non retrocesse, ma arrivò fino alla finale scudetto, battendo Varese nella storica Gara 3 di semifinale playoff a Masnago il 1° maggio 1979. Una partita simbolo: Peterson schierò i suoi cinque titolari per 40 minuti senza fare un solo cambio. Tutti in campo fino alla fine: D’Antoni, Kupec, Sylvester, Gallinari e Ferracini. La Banda Bassotti diventò leggenda.
Quel gruppo non vinse lo scudetto, venne sconfitto dalla Sinudyne Bologna in entrambe le gare di finale, ma cambiò il modo di pensare basket in Italia. La 1-3-1 trap a metà campo, introdotta da Peterson, fu un’intuizione difensiva rivoluzionaria: zona dinamica, con raddoppi programmati, tagli sulle linee di passaggio, continui anticipi. Era l’adattamento di una squadra troppo bassa per giocarsela frontalmente, ma troppo intelligente per arrendersi.