90 anni Olimpia · Storia 05 di 90
Joe Barry Carroll
La stagione 1984/85 dell’Olimpia iniziò tra entusiasmi precoci e delusioni improvvise e visse il suo punto di svolta nel nome di Joe Barry Carroll, centro proveniente dai Golden State Warriors, ventisei anni, 212 cm di talento purissimo e carattere da decifrare.
All’inizio il copione sembrava un altro. Marty Byrnes, reduce dall’NBA, aveva fatto innamorare i tifosi milanesi in precampionato, salvo poi girare le spalle al contratto e tornare negli Stati Uniti (lo rivedemmo in Italia con la maglia della Virtus Bologna nella stagione 1986/87). Si virò allora sulla coppia Schoene–Walker, con Dan Peterson a inventarsi trucchi di comunicazione pur di renderla appetibile. Wally Walker venne persino presentato come “l’uomo più bello dell’NBA”. Ma serviva ben altro. Serviva un lungo da affiancare a Meneghin, qualcuno capace di cambiare il volto di una squadra.
Toni Cappellari non esitò: annusò la possibilità di un colpo clamoroso e mise in moto la macchina. Un colloquio con un avvocato, un volo a San Francisco e, incredibilmente, la notizia arrivò prima ai giornali che alla sede della Simac. Il 9 dicembre 1984 Joe Barry Carroll atterrò a Milano.
Fu un evento epocale. Mai un giocatore di quell’età, con quel curriculum NBA, aveva varcato l’oceano per venire in Italia. Il sacrificato fu proprio Walker, che tornò negli Stati Uniti con tanto di causa legale e con una curiosa eredità lasciata a Milano: fece conoscere a Mike D’Antoni quella che sarebbe diventata sua moglie, Laurel.
Il debutto non fu memorabile: sconfitta interna contro Caserta, 99-92. Subito dubbi e sospetti: Carroll era pigro? Non abbastanza vincente? Perché Boston, che lo aveva scelto con la scelta numero 1 al draft del 1980, lo aveva ceduto a Golden State in cambio di Robert Parish e una scelta rivelatasi Kevin McHale?
Joe Barry Carroll fu etichettato negli States con il soprannome infelice di “Joe Barely Cares”, il Joe che “sembra non fregarsene mai”. Un’etichetta ingenerosa, probabilmente alimentata dalla sua riservatezza e da uno stile di gioco apparentemente soft. Ma chi l’ha visto a Milano sa che Carroll non era né svogliato né distaccato, era semplicemente diverso dagli altri.
L’adattamento fu graduale. All’inizio sembrava bastargli giocare un tempo a partita, tanto il livello della Serie A era ben distante da quello NBA. Ma i suoi passaggi erano visioni da playmaker, le stoppate e le schiacciate erano da copertina. Fino a quando Dino Meneghin lo prese da parte e gli ricordò la regola base: “Qui non basta fare canestri, bisogna anche prendere botte e sudare con la squadra”. Un ammonimento che Carroll comprese e da lì cambiò passo.
La Simac divenne quasi imbattibile, tra “trasferte” al Palalido dopo il crollo del tetto del Palazzone di San Siro e partite vinte anche con leggerezza. Nella finale di Coppa Korac vinta contro Varese, giocata in Belgio in una palestra da oratorio, sembrò intenzionato più a salvare le proprie ginocchia che a giocare – ma nei playoff, culminati con la vittoria dello scudetto contro Pesaro, le sue prestazioni furono devastanti. Alla fine della stagione regalò un orologio d’oro a ciascun compagno, un gesto inatteso che ribaltò l’opinione iniziale su di lui: dietro la maschera del giocatore svogliato c’era un uomo capace di gratitudine sincera.
Quell’esperienza europea fu un punto di svolta anche per la sua carriera NBA. Rientrato a Golden State, venne convocato all’All Star Game del 1987, dimostrando di non essere solo l’eterno equivoco nato dallo scambio Parish-McHale. Nel 1987 approdò agli Houston Rockets nello scambio con Ralph Sampson, una mossa che fece rumore: da un lato il gigante fragile, dall’altro un centro finalmente maturato. A Houston la convivenza con Olajuwon fu complicata, ma Carroll si ritagliò minuti importanti.
Poco dopo passò ai New Jersey Nets e poi una breve parentesi con Denver e Phoenix e il definitivo ritiro nel 1991. In dieci stagioni NBA mise insieme 12.455 punti e 5.404 rimbalzi, numeri da lungo di primo livello, e per un attimo fu anche l’emblema di come il talento potesse convivere con una personalità complessa, non sempre decifrabile.
A distanza di anni, la parentesi italiana non svanì mai del tutto dalla sua memoria. Russ Schoene racconta che, ogni volta che lo rincontrava in NBA, Carroll lo salutava con un “Ciao!”, chiedendo notizie di Milano e dell’Olimpia.
Quella stagione resta irripetibile, quasi irreale. L’anno in cui San Siro vide crollare il suo Palazzetto e l’Olimpia Milano accolse un centro NBA da 20 punti di media: Joe Barry Carroll, gigante sospeso tra genio e indolenza, ma capace di lasciare comunque un segno indelebile.