90 anni Olimpia · Storia 04 di 90

Fiero il guerriero

608 parole · 3 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Nel cuore degli anni Ottanta, quando l’immaginario sportivo italiano cercava nuovi simboli capaci di unire competitività, senso di appartenenza e impatto visivo, Walter Ravizza riuscì dove in pochi avevano anche solo osato provare: trasformare una squadra di basket in un manifesto culturale. “Fiero il Guerriero”, il brand creato per l’Olimpia Milano nel 1983 fu un’operazione artistica e identitaria che incastonò la leggenda della squadra nel tessuto urbano e sociale di Milano.

Ravizza, nato nel capoluogo lombardo l’11 luglio 1955, aveva già scelto di non appartenere al mondo delle agenzie pubblicitarie, tracciando una rotta autonoma e coraggiosa nel panorama della comunicazione visiva. Un approccio da artigiano dell’idea, libero dai vincoli del marketing classico, ma animato da una visione profonda del concetto di “messaggio”. Fu questo spirito a renderlo interlocutore privilegiato di realtà aziendali di primo piano – da Gabetti, B&B Italia a Pirelli Re – e interprete originale dell’evoluzione dell’identità visiva nello sport.

Ravizza colse un’intuizione potente: l’Olimpia non aveva bisogno solo di un’immagine vincente, ma di una narrazione visiva che ne incarnasse l’orgoglio, la tradizione e la dimensione battagliera. Il guerriero fiero, con lo sguardo rivolto all’orizzonte, rappresenta l’atleta, il tifoso, la città stessa. È la sintesi perfetta tra stile e identità, tra gesto sportivo e valore simbolico.
Il cuore del logo è una figura stilizzata di un guerriero medievale, reso in chiave minimalista e dinamica. Il design, giocato su linee curve e volumi compatti, comunica forza, protezione, controllo, ma anche stilizzazione moderna. Il guerriero è privo di volto: diventa archetipo, non individuo, simbolo universale di chi “combatte” in campo per la squadra e i suoi colori. L’elmo allungato con visiera abbassata trasmette determinazione e slancio in avanti. Sul corpo del guerriero campeggia uno scudo con un motivo geometrico che richiama il Duomo, rappresentando la connessione tra il club e la città.
Lo scudo veicola valori di difesa, appartenenza e identità urbana.
Nella mano sinistra del guerriero, un pallone da basket stilizzato sottolinea il core sportivo del brand. È posizionato in basso, come un'estensione naturale del corpo, a indicare controllo tecnico e padronanza del gioco.
Sopra la figura compaiono due stelle, simbolo dei venti scudetti conquistati fino a quel momento. L’inserimento delle stelle rafforza il senso di tradizione, successo e legittimità storica.

Nel 2016, in coincidenza con un rebranding voluto da Giorgio Armani, l’Olimpia Milano decise di rinnovare completamente la propria immagine visiva. Il club abbandonò il simbolo storico del guerriero (rimasto solo come mascotte). Questa operazione rientrò in una strategia più ampia di allineamento del brand alla galassia Emporio Armani, con l’obiettivo di presentare un’immagine più coerente con lo stile del gruppo e con gli standard internazionali di marketing e L’abbandono di Fiero il Guerriero fu accolto con un misto di nostalgia e perplessità da parte di una larga fetta di tifosi, che lo consideravano il vero volto identitario del club. Per molti rappresentava un pezzo di storia.

Tra le tante tracce lasciate da Walter Ravizza nel mondo Olimpia, ce n’è una meno celebrata, ma ugualmente significativa: la direzione artistica di “Basket Show”, la rivista ufficiale del club, pubblicata dalla metà degli anni ’80 fino ai primi anni ’90. Basket Show si distingueva per grafica moderna, impaginazione innovativa, attenzione tipografica e coerenza stilistica. Ravizza ne curava ogni dettaglio: ogni numero era pensato come uno strumento narrativo e non come semplice informazione societaria.

Fotografie a tutta pagina, illustrazioni, impaginazioni pulite ma dinamiche: Basket Show metteva in scena un’estetica, costruiva un linguaggio, trasmetteva il posizionamento del club anche attraverso il design editoriale.

Walter Ravizza non è stato un giocatore, non è stato un allenatore né un dirigente, eppure ha lasciato una traccia profonda e indelebile nella storia dell’Olimpia Milano.

Tutte le 90 storieSegnala una correzione