90 anni Olimpia · Storia 06 di 90
Bill Bradley
Milano, 11 novembre 1965, cinquemila persone stipate fino all’ultimo gradino del Palalido, altre centinaia rimaste fuori pur di poter dire “c’ero”. Era una sfida di Coppa dei Campioni tra il Simmenthal e i campioni di Germania del Giessen, la partita finì 103-73 per il Simmenthal, ma tutti la ricordano come la sera in cui l’Italia del basket scoprì Bill Bradley.
L’americano, ventiduenne, laureato a Princeton e già campione olimpico a Tokyo nel 1964, arrivò a Milano per un’apparizione lampo: qualche partita di Coppa prima di tornare a Oxford, dove studiava con una prestigiosa borsa Rhodes in “Politics, Philosophy and Economics”. Non volle firmare da professionista, rifiutò la NBA, ma accettò l’offerta del Simmenthal. Quasi un capriccio intellettuale, che però si trasformò in uno degli eventi più straordinari che la pallacanestro italiana abbia mai vissuto.
Fu la stagione in cui la F.I.P. aveva appena riammesso gli stranieri: uno per il campionato, due per le coppe. Rubini e il Simmenthal scelsero Skip Thoren per la Serie A e Bradley per l’Europa e fu un colpo di genio.
Bradley giocò con una naturalezza che lasciò il pubblico senza parole. 36 punti segnati al ritorno contro il Giessen. Poi ancora 26 all’andata e 25 al ritorno contro l’Hapoel Tel Aviv, 42 a Malines contro il piccolo grande Willy Steveniers, 33 al ritorno. Numeri da capogiro, ma non era solo questo. Era il modo: i movimenti puliti, la rapidità nel rilascio, la capacità di vedere spazi che agli altri sembravano invisibili.
Il Palalido, che di grandi serate ne aveva già vissute, si lasciò andare a una standing ovation interminabile. Non un applauso di circostanza, ma il tributo a qualcosa di unico. “Nessuno in Italia ha mai giocato così”, scrissero i giornali il giorno dopo ed era la verità.
Accanto a lui c’era l’altro americano Thoren, prezioso sotto canestro, e i soliti protagonisti italiani – Pieri, Riminucci, Masini, il giovane Iellini, e soprattutto Vianello, capace di mettere 40 punti al Real Madrid nella notte del 16 marzo – ma la scena fu tutta per il numero 15.
La cavalcata europea del Simmenthal ebbe il suo apice a Bologna: semifinale vinta contro il CSKA Mosca del mitico Volnov (68-57), finale conquistata davanti a ottomila spettatori contro lo Slavia Praga di Jiri Zidek (77-72). Una partita equilibrata, decisa dal cuore italiano di Vianello (21) e Riminucci (10), dalla solidità di Thoren (21), dai lampi di Bradley (14), dal carisma di Rubini in panchina. Fu la prima Coppa dei Campioni del basket italiano e Bradley ne fu l’icona.
Poi tornò a Oxford, completò il percorso accademico e, prima di entrare nella NBA, prestò servizio per sei mesi nella U.S. Air Force Reserve. Nel 1967 approdò finalmente ai New York Knicks, dove giocò l’intera carriera NBA (1967–77), vincendo due titoli (1970 e 1973). Un decennio da protagonista, riconosciuto Hall of Famer, mente lucida di quella squadra leggendaria.
Smesso il basket, iniziò la seconda vita: eletto senatore nel 1978 dal New Jersey, riconfermato nel 1984 e nel 1990, restò a Washington fino al 1997. Nel 2000 corse per la nomination democratica alla presidenza, fermato solo da Al Gore. Parallelamente scrisse sei libri su politica ed economia, condusse il programma radiofonico American Voices e divenne una delle voci più rispettate della cultura politica americana.
Ma per chi c’era al Palalido l’11 novembre 1965, o nelle sere europee di Milano, Bill Bradley resterà sempre l’americano che, in poco tempo in Italia, mostrò quanto lontano potesse arrivare la pallacanestro.