90 anni Olimpia · Storia 07 di 90
Sandro Gamba
Nelle prime file della tribuna del Forum, c’è un uomo che non ha mai smesso di guardare il basket con gli occhi di chi deve ancora imparare. Sandro Gamba siede lì, discreto, con il suo immancabile blocco per gli appunti. A 93 anni compiuti, continua a scrivere, osservare, analizzare. È rimasto un uomo di campo anche senza panchina, un maestro che appartiene per diritto naturale alla storia dell’Olimpia Milano e del basket italiano.
C’è un’immagine che basta da sola a raccontarlo: un ragazzo di tredici anni, il 25 aprile 1945, che gioca in strada con la sua bicicletta Rossignoli. Quel giorno, nel frastuono della liberazione, una raffica di mitra lo colpì alla mano destra. È l’inizio di un’altra vita. Gli americani presenti a Milano gli consigliarono di giocare a pallacanestro per rieducare la mano. E lui, che amava il ciclismo di Coppi e Bartali, imparò un nuovo linguaggio, quello del basket e non l’avrebbe più lasciato.
Da via Washington al Borletti, fino al Simmenthal, la sua carriera è la radiografia di un’epoca, quella in cui Milano era il centro di tutto, la città dove si giocava per vincere sempre e dove il basket si respirava anche per strada. Gamba entrò giovanissimo all’Olimpia, e Rubini, il Principe, ne intuì subito il carattere. Non era il più talentuoso, ma era il più tenace. “Non avevo paura di niente”, disse una volta. Ed è vero: la paura l’aveva già affrontata da ragazzo, guardandola negli occhi.
Difensore duro, uomo squadra, capitano naturale, Gamba vinse dieci scudetti con l’Olimpia, disputò 247 partite e segnò 1.083 punti. Numeri che rappresentano una carriera immensa. E dietro quei numeri c’era la sostanza di un leader: quello che non mollava mai, che trascinava gli altri con l’esempio, che trasformava la fatica in metodo. L’Olimpia di quegli anni aveva uomini come Romanutti, Stefanini, Pagani, poi Pieri e Riminucci. Ma in mezzo a tutti, Sandro Gamba era il filo che teneva insieme le generazioni.
Quando smise di giocare, nel 1965, Bogoncelli e Rubini gli affidarono il ruolo di assistente. Il Simmenthal, ancora una volta, fu un laboratorio d’avanguardia: Gamba diventò il primo vero “assistant coach” d’Italia. Rubini gestiva uomini e ambiente, lui scriveva gli schemi, disegnava partite, studiava. Da allora, il taccuino non lo ha più lasciato.
Fu lui a portare a Milano giocatori che avrebbero cambiato il modo di pensare il basket europeo: Skip Thoren, Arthur Kenney, Steve Chubin, Red Robbins. E quando il suo ciclo si chiuse con l’Olimpia, fu proprio il suo rigore a renderlo irresistibile per i rivali di sempre. Passò a Varese e vinse tutto: due scudetti, due Coppe dei Campioni, e la consapevolezza di essere diventato, senza forzature, il tecnico più influente del basket italiano.
Poi venne la Nazionale, quella dei miracoli di Mosca 1980 e dell’oro europeo a Nantes nel 1983. Una squadra che aveva in sé lo stesso spirito delle sue Olimpia: disciplina, identità, appartenenza. In panchina, Gamba predicava esecuzione e concentrazione. La sua Italia salì sul podio olimpico, poi divenne campione d’Europa da imbattuta, in un torneo che resterà per sempre nella memoria collettiva.
La sua severità era educazione alla responsabilità, non durezza. Sapeva riconoscere il talento, ma non l’adorava mai, lo disciplinava.
Sandro Gamba è questo: un uomo che non ha mai smesso di insegnare, ma che prima di tutto ha imparato dalla vita, dagli americani, da Rubini, da Knight, da Wooden. Fu capitano della Nazionale a Roma nel 1960, commissario tecnico per oltre 270 partite, vincitore in Italia e in Europa, membro della Hall of Fame di Springfield e della FIBA. Ma soprattutto rimase fedele a un’idea: che il basket è un mestiere di precisione, un’arte collettiva, un lavoro di testa e di cuore.
Quando lo si vede oggi al Forum, taccuino in mano, sembra ancora pronto a disegnare un nuovo schema. Forse è questo il segreto dei maestri veri: non smettere mai di prendere appunti.