90 anni Olimpia · Storia 08 di 90
Dal Dopolavoro Borletti Milano alla Società Sportiva Olimpia-Borletti Milano
Via Washington 31 era l’indirizzo dell’officina Borletti, ma anche il punto di partenza di una delle prime storie vincenti della pallacanestro italiana.
Tutto nasce nel 1897, quando Romualdo Borletti fonda l’azienda che porta il suo nome. Un’impresa familiare destinata a svilupparsi sotto la guida del figlio Senatore, figura imponente e controversa dell’imprenditoria lombarda.
Senatore Borletti non fu soltanto un industriale d’assalto — finanziatore dell’impresa fiumana di D’Annunzio, iscritto al Partito fascista dal 1924 — ma anche un promotore culturale e sportivo. Fondatore della Rinascente, della Mondadori e presidente dell’Internazionale Football Club, incarnava quella borghesia produttiva milanese che aveva trasformato l’efficienza in ideologia e la modernità in bandiera.
Le Officine Meccaniche Borletti-Veglia, specializzate in strumenti di misura e macchine da cucire, divennero un simbolo della nuova manifattura italiana. Ma la Borletti non si fermò ai reparti di produzione: partecipò attivamente al grande esperimento del Dopolavoro (OND – Opera Nazionale Dopolavoro), una delle istituzioni più capillari del regime fascista, nata per organizzare il tempo libero degli operai.
Proprio all’interno di questo sistema prese forma una delle sezioni cestistiche più vincenti e strutturate dell’epoca: il Dopolavoro Borletti Milano.
Negli anni Trenta, il basket si diffuse rapidamente nei dopolavoro delle principali aziende milanesi: ATM, Caproni, Innocenti, Pirelli, Saffa, Sipe Vanzetti, Radaelli, Corriere della Sera. Ma nessuna di queste raggiunse il prestigio della Borletti, che nel 1940 arrivò a schierare quattro squadre maschili e una femminile, vincitrice dello scudetto cestistico dell’OND.
La squadra maschile compì la sua scalata nel 1932, classificandosi terza in Divisione Nazionale, posizione confermata l’anno successivo. Nel 1934 il Dopolavoro Borletti si trovò a giocarsi l’accesso alla poule scudetto contro la Ginnastica Triestina: una sfida memorabile, decisa solo dopo una serie infinita di proteste e ripetizioni. Dopo la vittoria milanese all’andata (40-22) e quella triestina al ritorno (27-17), il decisivo spareggio di Bologna del 3 giugno finì 21-19 per Trieste, ma il reclamo per irregolarità portò alla ripetizione dell’incontro a Firenze, vinta di nuovo dai giuliani. La sconfitta servì solo a rinforzare la mentalità vincente del gruppo, che nel 1936 conquistò finalmente il primo tricolore.
Da quel momento, il Dopolavoro Borletti inaugurò un ciclo straordinario. Nel 1936 e nel 1937 arrivarono i primi due scudetti consecutivi, seguiti dal terzo nel 1938 e dal quarto nel 1939.
Nel quadriennio, la squadra divenne un modello di organizzazione e qualità tecnica, con una generazione di giocatori destinata a lasciare il segno anche in Nazionale.
Tra i protagonisti spiccano Giannino Valli, allenatore e guida carismatica; Pietro Marinone, playmaker biellese classe 1909, cinque presenze in azzurro e una carriera proseguita da tecnico di successo; Sergio Paganella, mantovano di Libiola, classe 1911, pivot di 1,70 con qualità atletiche eccezionali, 21 partite in Nazionale, due Europei e le Olimpiadi del 1936. Paganella, laureato in economia, lavorava proprio per la Borletti, dirigendone le mense aziendali — un segno di come la fabbrica e la squadra fossero una cosa sola.
Accanto a loro, nomi come Jaksetic, triestino naturalizzato “Giasetti” dopo le leggi fasciste del 1929, Castelli, capitano e pivot di 1,91, olimpionico a Berlino nel ’36 e poi commissario FIP nel dopoguerra, e Mino Pasquini, lungo toscano prelevato dalla Ginnastica Roma.
Nel 1939 il Dopolavoro Borletti conquistò il suo quarto scudetto consecutivo, superando la Ginnastica Triestina grazie a un attacco da 633 punti contro i 573 degli avversari.
La stagione 1939-40 segnò l’inizio del declino: il Dopolavoro Borletti chiuse settima, superata dai “cugini” della Pirelli e dalla Virtus Bologna. Nei successivi tre campionati il Dopolavoro Borletti, si classificò secondo e ottenne due quinti posti. Poi la guerra e le sue devastazioni misero fine a un’epopea sportiva e industriale che aveva rispecchiato il volto produttivo del Paese.
Nel 1945 l’Italia era un Paese ancora profondamente segnato dalla guerra. Il secondo conflitto mondiale si era concluso ufficialmente nel mese di maggio e nel caos istituzionale del dopoguerra la Federazione Italiana Pallacanestro riuscì, con non poca fatica, a riorganizzare un campionato nazionale. Dopo due stagioni di interruzione (il campionato si era fermato nel 1943 a causa della spaccatura del Paese tra Nord e Sud, e il torneo del 1944 non era stato riconosciuto ufficialmente), la stagione 1945-46 segnò la ripartenza formale del movimento cestistico.
Non essendo ancora possibile ripristinare le consuete categorie (Serie A, Serie B, Serie C), la FIP organizzò un campionato a categoria unica, formato da 21 squadre, suddivise in gironi territoriali. Fu una stagione ibrida e di ricostruzione, ma dal valore simbolico enorme: rappresentava il ritorno alla normalità, lo sport che si faceva veicolo di coesione in un Paese ancora diviso. Con il Decreto Legislativo Luogotenenziale del 22 settembre 1945, n. 624, entrato in vigore il 14 ottobre dello stesso anno, l’Opera Nazionale Dopolavoro cessò di esistere, sostituita dall’Ente Nazionale Assistenza Lavoratori (ENAL), istituito per adeguare finalità e struttura alla nuova realtà antifascista. In quel passaggio, anche il Dopolavoro Borletti cambiò pelle: perse la vecchia denominazione e divenne semplicemente Borletti, proseguendo la propria attività sportiva. Il Borletti, che negli anni Trenta aveva dominato il panorama con quattro scudetti, chiuse al decimo posto a pari merito con Genoa e Vomero Napoli. Era il segnale che qualcosa si era spezzato, che la gloriosa squadra dell’anteguerra stava vivendo una fase discendente.
Nel 1946-47, con una struttura più definita, si giocò un campionato suddiviso in una prima fase a gironi e una fase di semifinali nazionali. In base alla nuova riforma approvata dalla FIP, le squadre che si qualificarono alla fase di semifinale conquistarono il diritto di accedere alla neonata Serie A 1947-48, articolata in due gironi da 8 squadre e fase finale a quattro. Le squadre eliminate nella prima fase furono invece ammesse alla nuova Serie B. Il Borletti, purtroppo, non si qualificò e retrocesse di fatto in Serie B. Nella stagione 1947-48 disputò quindi il campionato cadetto, che chiuse con successo: la promozione in Serie A fu conquistata sul campo insieme al GITA Bologna. Ma nel frattempo, qualcosa di molto più rilevante si stava muovendo dietro le quinte.
Proprio in quegli anni, Adolfo Bogoncelli aveva completato il suo percorso di ingresso nel basket con un’idea chiara in testa: costruire a Milano una società strutturata, moderna e capace di rappresentare stabilmente l’élite nazionale. La sua prima vera esperienza fu alla guida del Centro Sportivo Triestino della Lombardia, una squadra fondata da Alceo Moretti con il sostegno economico del Partito d’Azione. Il nome richiamava non solo l’origine giuliana di molti dei giocatori, ma anche un preciso intento politico: sostenere la causa di Trieste italiana, ancora formalmente contesa nel dopoguerra.
Fu proprio Moretti, da allievo ufficiale nei Bersaglieri a Pola, a stabilire i primi contatti con il mondo della pallacanestro: conobbe Sergio Paganella, e attraverso lui Cesare Rubini e Bogoncelli stesso, che avrebbe poi favorito il trasferimento a Milano di un’intera colonia di cestisti triestini: Valentino Pellarini, Livio Fabiani, Tullio Pitacco, Luigi “Tuccio” Sumberaz, Nino Miliani e Locchi, raggiungendo Sader, già residente a Milano e dipendente della Total.
Nel 1946 il Centro Triestino si classificò secondo nel raggruppamento Nord, alle spalle della Reyer Venezia. Ma fu un’avventura breve. Con lo scioglimento del Partito d’Azione dopo le elezioni del 1946, venne meno il supporto finanziario. Moretti si fece da parte e Bogoncelli prese in mano il progetto, decidendo di trasferire temporaneamente la squadra a Como, grazie all’appoggio dell’imprenditore lariano Gianni Colombo. Nella stagione 1946-47, sotto la guida tecnica di Vittorio Ugolini, la squadra si classificò seconda nel girone C delle semifinali nazionali, alle spalle della Virtus Bologna che poi avrebbe vinto lo scudetto. Ma l’esperienza comasca fu frenata dalla mancanza di strutture adeguate. A fine stagione, Bogoncelli riportò la squadra a Milano. Nel 1947, nacque duqnue l’Olimpia. Il nome, scelto da Bogoncelli in persona, era un omaggio alla città greca sede dei Giochi antichi, ma anche un riferimento diretto all’atmosfera dei Giochi Olimpici di Berlino 1936, a cui aveva assistito. Voleva che il club incarnasse un’idea di sport come civiltà, spettacolo, disciplina e impresa. Il 10 novembre 1947, con la vittoria sul Bari per 45-24, comparve ufficialmente per la prima volta sulle maglie il nome Olimpia. In panchina c’era Cesare Rubini. Iniziava una storia che avrebbe cambiato la pallacanestro italiana.
La stagione 1947-48 fu l’ultima con la formula a due gironi: le migliori quattro accedevano al girone scudetto, mentre le peggiori cinque venivano retrocesse per far posto, l’anno dopo, a una Serie A a girone unico. L’Olimpia finì terza e conquistò sul campo il diritto di restare nella massima serie.
Ma fu nell’estate del 1948 che avvenne la svolta più significativa. Con la promozione in Serie A da una parte e la voglia di tornare ad alti livelli dall’altra, si avviarono i contatti tra l’Olimpia Milano e il Borletti. Fu Adolfo Bogoncelli a proporre una fusione per incorporazione, una formula giuridico-sportiva ben precisa: l’Olimpia assorbì il Borletti, mantenendo la propria struttura e guida societaria, ma incorporando il titolo sportivo, la tradizione e i successi storici del Borletti.
È proprio in base al principio di continuità sportiva che la nuova entità, assumendo come ragione sociale “Società Sportiva Olimpia-Borletti Milano”, potè fregiarsi a pieno titolo dei quattro scudetti conquistati dal Borletti negli anni ’30. Si trattava di una scelta di grande intelligenza politica e strategica: consolidare una nuova realtà sportiva proiettata verso il futuro, ma radicarla in una storia vincente, fatta di titoli e prestigio. Una società nata vincente, nel nome, nella visione e nel palmarès.