90 anni Olimpia · Storia 87 di 90
John Gianelli
Nella storia dell’Olimpia Milano, Gianelli è stato una figura chiave: per la continuità, per l’intelligenza, per quella stoppata su Sylvester che valse uno scudetto.
Nato a Stockton, in California, il 10 giugno 1950, Gianelli costruì una carriera universitaria da record alla University of the Pacific: 20.5 punti e 16.5 rimbalzi di media in tre stagioni, venne nominato second team All-American AP nel 1972, e registrò tre delle dieci migliori stagioni di sempre per media rimbalzi nella storia dell’ateneo. Mise a referto partite da 34 punti e oltre 30 rimbalzi, e vide il proprio numero ritirato all’Alex G. Spanos Center, in omaggio alla sua eredità sportiva.
Fu scelto nel secondo round del Draft NBA 1972 dagli Houston Rockets, ma venne subito scambiato ai New York Knicks, con cui vinse il titolo NBA nel 1973. In otto stagioni da professionista disputò 541 partite, viaggiando a 7.8 punti e 5.9 rimbalzi di media con il 47% dal campo. Nel 1976 venne ceduto ai Buffalo Braves in cambio di Bob McAdoo, un altro filo diretto con l’Olimpia.
Nell’estate del 1980, mentre il Billy cercava la combinazione giusta per tornare a vincere lo scudetto, l’idea iniziale fu quella di portare a Milano Kevin McHale, appena scelto al numero 3 del Draft NBA. Il tentativo fallì in extremis, ma aprì la strada a una decisione che avrebbe segnato la storia del club. A una settimana dall’inizio del campionato, coach Dan Peterson puntò su Gianelli. Una scelta meno rumorosa, ma perfettamente calibrata.
Il suo arrivo venne accolto con qualche dubbio. Non era un centro puro, non aveva l’esplosività degli americani da copertina, e il suo stile pacato gli valse il soprannome di “Pisolo”. Ma sul parquet, parlò con i fatti. Nei suoi tre anni in maglia Billy, superò sempre i 16 punti di media, restando costantemente oltre i 12 rimbalzi nelle prime due stagioni.
Nella stagione 1981-82, quella dello scudetto vinto a Pesaro, fu semplicemente imprescindibile: giocò 39.1 minuti di media, e fu proprio lui a firmare la stoppata decisiva su Mike Sylvester nell’ultima azione della partita. Un gesto tecnico pulito, efficace, essenziale.
Restò un’altra stagione, la 1982-83, conclusa con la finale di Coppa dei Campioni persa di un punto contro Cantù. Anche in quell’occasione si distinse per rendimento, esperienza e tenuta mentale.