90 anni Olimpia · Storia 73 di 90

Bogoncelli e Armani

552 parole · 3 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Per chi è cresciuto con l’Olimpia Milano nel cuore, la storia non si misura con le vittorie, ma è anche, se non soprattutto, qualcosa che ha a che fare con l’identità, con l’idea, difficile da spiegare ma chiarissima per chi l’ha vissuta, che questa squadra rappresenti da sempre qualcosa di più grande del gioco in sé.

Dentro questa idea ci sono due figure centrali, che non hanno soltanto guidato il club, ma ne hanno proprio dato forma e direzione, in due momenti diversi e con due approcci lontanissimi tra loro: Adolfo Bogoncelli e Giorgio Armani. Due uomini profondamente differenti, per generazione, linguaggio, metodo, ma uniti da una convinzione di fondo: che l’Olimpia non fosse solo una società sportiva da amministrare, ma una responsabilità da assumersi, un’eredità da custodire e restituire, ogni giorno, in modo coerente.

Quando si parla di Bogoncelli, bisogna fare attenzione a non semplificare. Ridurlo alla figura del “presidente del Simmenthal” non rende giustizia a quello che ha rappresentato per tutto il basket italiano. Fu lui, nel secondo dopoguerra, a rompere il confine tra passione e struttura, a capire che uno sport come la pallacanestro non poteva crescere se rimaneva amatoriale nell’organizzazione, nei contratti, nella mentalità e così iniziò a costruire qualcosa che prima non esisteva. Portò sponsor, introdusse un modello manageriale, strutturò la società come un’azienda. Ma non era solo questione di bilanci, era una visione complessiva: media, marketing, rapporti istituzionali, scouting internazionale.

Bogoncelli ragionava in termini di sistema, aveva il coraggio di esporsi pubblicamente, di polemizzare con la Federazione quando serviva. Era un proprietario che faceva politica, che negoziava, che costruiva alleanze. Ma era anche un uomo che conosceva ogni dettaglio del club che fondò e che sentiva l’Olimpia come una parte di sé.

Negli anni la sua figura è diventata quasi mitologica, ma rileggendo le sue parole, anche a distanza di tempo, ciò che colpisce è la lucidità, il modo in cui anticipava scenari, individuava rischi, poneva domande scomode. Non era un uomo facile, ma è anche grazie a questa durezza che l’Olimpia è diventata un modello.

Giorgio Armani ha agito in un’epoca diversa, con dinamiche differenti. Il suo apporto è stato meno strutturalmente riformatore, ma altrettanto determinante sul piano dell’identità.

La scelta di legare il proprio nome all’Olimpia ha rappresentato un atto di responsabilità culturale. In un’epoca segnata dalla crisi economica e dalla volatilità del sistema sportivo italiano, Armani ha garantito stabilità, autorevolezza e visione a lungo termine.

Sotto la sua proprietà il club ha ritrovato competitività, credibilità internazionale, forza economica. Ma soprattutto ha mantenuto una coerenza stilistica e valoriale che ha consolidato l’Olimpia come brand riconoscibile e rispettato.

Armani ha fatto dell’Olimpia un’estensione del proprio universo estetico e culturale, portando nel basket italiano un modello fondato su sobrietà, fedeltà, rigore.

Se Bogoncelli ha costruito l’infrastruttura, se Armani ne ha custodito la continuità, è anche grazie a loro che oggi il club rappresenta un unicum nel panorama cestistico italiano. Un progetto che ha saputo restare fedele a sé stesso pur attraversando epoche diverse. E per chi, come me, ha legato una parte della propria storia personale a quella dell’Olimpia, riconoscere il valore di queste due figure significa onorare un’identità che va oltre il parquet. È una forma di rispetto, ma anche un modo per dire grazie a chi ha scelto di esserci, sempre, quando contava davvero.

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