90 anni Olimpia · Storia 65 di 90

Il segreto del Simmenthal secondo Cesare Rubini

389 parole · 2 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Il dominio del Simmenthal non nacque dalla superiorità atletica, né da un mercato più aggressivo degli altri. Il vero segreto – se di segreto si può parlare – lo rivelò lo stesso Cesare Rubini, con la consueta lucidità, in un’intervista concessa al Corriere della Sera il 24 aprile 1963. A fare la differenza, spiegò, erano due fattori chiave: organizzazione e atmosfera.

«Siamo stati la prima società in Italia a creare un centro di addestramento giovanile», raccontò Rubini. Un concetto pionieristico per l’epoca, quando la parola "settore giovanile" non era ancora prassi diffusa nel vocabolario del basket nazionale. Da quel vivaio sarebbero usciti uomini come Gamba, Volpato, Binda, Ongaro: futuri azzurri, colonne portanti di un ciclo vincente.

Non si trattava solo di coltivare talenti, ma di andare a scovarli: «Io viaggio spesso, vado a vedere partite minori, visito gli altri centri di addestramento, cerco ragazzi che abbiano la stoffa per diventare qualcuno». Nessuna grande firma, nessun colpo di mercato in stile calcistico. «Noi non compriamo i giocatori come si intende nel calcio. Offriamo loro un impiego, oppure il mantenimento agli studi. Il fascino del nome Simmenthal fa il resto».

Ma c’era anche altro e Rubini lo disse senza giri di parole: «L’atmosfera l’ha creata Bogoncelli».
Per il tecnico era quella la vera forza invisibile del Simmenthal. Un senso di appartenenza profondo, costruito negli spogliatoi ma soprattutto fuori, nelle relazioni, nella vita vera.

Il presidente non era un padrone distante. Era una presenza costante, affettuosa, quasi paterna. Se un giocatore aveva un parente malato, Bogoncelli interveniva per farlo curare. Se qualcuno si sposava o diventava padre, lui faceva da testimone o da padrino. Non esistevano dirigenti e atleti, ma una famiglia sportiva.

«I ragazzi sono amici tra loro, si stimano come uomini oltre che come atleti», disse Rubini. E quell’equilibrio umano, più che tattico, rendeva difficile, se non impossibile, la fuga: «È difficile che un giocatore del Simmenthal chieda di andarsene».

Dietro la lunga serie di scudetti Simmenthal c’era un modello gestionale, culturale e relazionale che precorreva i tempi. C’era un’idea di club come comunità, capace di dare senso al sacrificio e di tenere insieme le persone anche oltre i 40 minuti. Fu questo, alla fine, il vero segreto del Simmenthal e Rubini, con l’umiltà di chi sa di aver costruito qualcosa che va oltre il campo, concluse così: «Tutto qui».

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