90 anni Olimpia · Storia 64 di 90

L’affaire Tony Gennari e lo scudetto 1966

913 parole · 5 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Quella del 1966 fu forse la vicenda più controversa nella storia del basket italiano. Una storia che non si giocò soltanto sul parquet del Palasport di Roma, ma anche negli uffici della Federazione, tra faldoni, documenti anagrafici, comunicazioni consolari mancate e polemiche roventi. Una storia che toccò direttamente l’Olimpia Milano, ribaltando a tavolino il verdetto di una partita che sul campo aveva premiato l’Ignis Varese.

Il campionato si chiuse con due squadre a pari punti: Simmenthal e Ignis. Lo spareggio fu fissato per l’11 aprile 1966 a Roma. A poche ore dalla palla a due, emerse la notizia che cambiò tutto: Tony Gennari, americano nato a Trenton nel 1942, avrebbe giocato con l’Ignis come cittadino italiano. Il cartellino fu rilasciato in extremis dal Comitato Esecutivo Gare.

Gennari entrò a dieci minuti dalla fine, quando il punteggio era in bilico. Fino a quel momento non aveva mai disputato una gara di campionato. L’Ignis chiuse avanti il primo tempo sul 34-25, ma il Simmenthal riuscì a rientrare fino al 50 pari. Poi, con Milano in piena emergenza falli e con Vianello, Thoren e Riminucci fuori per raggiunto limite, l’ingresso di Gennari diede la svolta: 74-59 il finale per Varese, scudetto assegnato sul campo.

Il Simmenthal accettò la sconfitta con stile, non presentò alcun reclamo, anzi, Bogoncelli inviò una lettera di congratulazioni all’Ignis. Ma il numero uno della Federbasket, Giulio Coccia, non chiuse lì la questione. Aprì un’inchiesta riservata sulla cittadinanza di Gennari. Il nodo centrale della vicenda ruotò tutto attorno alla posizione giuridica del padre di Tony Gennari, e da lì — come in un effetto domino — crollarono tutte le certezze che sembravano sostenere il tesseramento del giocatore come cittadino italiano.

La Federbasket, dopo settimane di indagini condotte in collaborazione con il Ministero dell’Interno e con la Farnesina, accertò un fatto tanto semplice quanto determinante: Secondo Gennari, padre di Tony, aveva rinunciato alla cittadinanza italiana il 30 marzo 1928 per acquisire quella americana. Era una scelta definitiva e formalmente registrata negli Stati Uniti. Tuttavia, questo passaggio cruciale non venne mai comunicato alle autorità italiane competenti, né al Comune di San Giovanni in Marignano, da cui dipendeva anagraficamente la famiglia, né agli uffici centrali dello Stato civile.

E così, quando nel 1966 la Pallacanestro Ignis si attivò per ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana per Tony Gennari — nato a Trenton, New Jersey, nel 1942 — il Comune, ignaro della rinuncia del padre, rilasciò i documenti necessari come se Secondo fosse ancora formalmente cittadino italiano. In base a quella documentazione, anche Tony venne considerato italiano per discendenza.

Peccato che quella fosse una presunzione giuridicamente sbagliata. Perché la legge italiana, già allora, era chiara: un figlio nato all’estero può ereditare la cittadinanza del genitore italiano, solo se quest’ultimo risulta ancora cittadino al momento della nascita. Ma Secondo Gennari, nel 1942, non lo era più da ben quattordici anni. Per il diritto italiano, dunque, Tony Gennari non era italiano e non avrebbe potuto essere tesserato come tale.

Il cartellino che gli fu rilasciato alla vigilia dello spareggio scudetto del ’66 fu dunque, paradossalmente, un atto formalmente corretto fondato però su documenti materialmente errati. Il Comitato Esecutivo Gare, riunitosi in via straordinaria, non poteva che prendere atto delle carte che gli venivano presentate. E sulla base di quei documenti — che parlavano di un cittadino italiano nato all’estero da padre italiano — concesse il tesseramento.

Ma quando l’inchiesta federale riportò alla luce la verità giuridica, ogni tassello si ricompose con chiarezza: Gennari non poteva essere considerato italiano, e quindi non aveva diritto a scendere in campo nello spareggio tra Simmenthal e Ignis. La Federbasket, attenendosi all’articolo 182 del regolamento esecutivo, omologò la partita con il risultato di 2-0 per Milano, privando Varese del titolo vinto sul campo e assegnando lo scudetto all’Olimpia.

Il 3 giugno 1966, arrivò il comunicato ufficiale: il tesseramento di Gennari non era regolare alla data dello spareggio e il risultato della partita venne omologato 2-0 per il Simmenthal, che si vide assegnare lo scudetto. Nessuna sanzione disciplinare fu inflitta all’Ignis, riconosciuta in buona fede. Gennari, invece, venne sospeso da ogni attività federale in attesa di una nuova regolamentazione.

A conti fatti, Milano vinse quel titolo non per un canestro, ma per un cavillo. E anche se l’articolo 182 del regolamento esecutivo prevedeva la responsabilità oggettiva delle società sulla posizione dei propri tesserati, l’impressione fu quella di una vittoria senza festa. Il danno sportivo fu duplice: per il Simmenthal, che giocò contro “un americano in più”; per l’Ignis, che perse tutto a causa di una comunicazione mancata quarant’anni prima.

Il basket italiano, da quella vicenda, comprese che servivano procedure più rigorose, tesseramenti più trasparenti e forse anche un po’ più di buon senso istituzionale. Rigiocare la partita? Lasciare vacante lo scudetto? Non fu neppure preso in considerazione. Ma il caso Gennari lasciò una traccia profonda perché rappresentò il primo vero “caso federale” dell’era moderna.

Curiosamente la stagione precedente, Tony Gennari fu vicino a un curioso quanto dimenticato debutto con l’Olimpia. Il 14 aprile 1965, in occasione dell’amichevole di lusso contro l’O.K.K. Belgrado del fuoriclasse Radivoj Korać, il presidente Adolfo Bogoncelli chiese ufficialmente il prestito di Gennari, all’epoca straniero di coppa di Varese, al collega Bulgheroni dell’Ignis per arricchire lo spettacolo.

Il Simmenthal, già proiettato verso la vittoria dello scudetto, cercava un’attrazione speciale per il pubblico del Palalido e Gennari era il nome perfetto.

Tuttavia, l’operazione saltò all’ultimo momento. Come riportarono le cronache dell’epoca, “una serie di considerazioni” indussero Gennari e l’Ignis a rinunciare alla partecipazione.

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