90 anni Olimpia · Storia 57 di 90
Ferdinando “Nando” Gentile
La storia di Ferdinando “Nando” Gentile è quella di un simbolo del basket italiano che seppe trasformare la rivalità con Milano in una profonda identificazione con i suoi colori. Casertano verace, forgiato nel vivaio della Juvecaserta e lanciato in Serie A a soli 15 anni da Tanjevic, fu proprio contro l’Olimpia che visse alcune delle pagine più intense della sua prima carriera: le finali scudetto perse nell’86 e nell’87, la rivincita del ‘91 con lo storico titolo conquistato al Forum con la maglia Phonola Caserta, chiudendo un ciclo irripetibile.
Ma fu proprio quel parquet, teatro di tante battaglie, a diventare la sua nuova casa. Nel 1994, il progetto Stefanel portò a Milano l’anima vincente di Trieste: Tanjevic, Bodiroga, Gentile. Per Nando, fu un cambio di pelle. Da avversario temuto a beniamino del pubblico di Assago, dal cuore del Sud al cuore dell’Olimpia.
Nel 1995/96 Gentile fu il perno emotivo e tecnico di una stagione memorabile: la Coppa Italia alzata dopo un netto +18 su Verona, poi lo scudetto numero 25 conquistato superando Varese, la Buckler Bologna e la Fortitudo Teamsystem nella serie finale (3-1), ribaltando lo scivolone iniziale in Gara-1. L’unico rammarico fu la beffa europea: una Coppa Korac sfumata per un solo punto nel doppio confronto con l’Efes Pilsen.
Ma l’anno dopo tutto cambiò. Tanjevic partì per Limoges, Bodiroga volò a Madrid, e Marcelletti – tecnico di scuola casertana chiamato a sostituire Tanjevic – tentò di tenere insieme i pezzi ma s stagione in corso, Gentile s’infortunò al ginocchio.
Tornato in campo nel ‘97/98, trovò un’Olimpia in difficoltà: eliminazione ai quarti in campionato per mano di Verona, semifinale amara in Coppa Italia e una corsa europea che si fermò solo all’ultimo atto. Casalini prese il timone a stagione in corso e riportò il club in una finale continentale (Coppa Saporta), persa a Losanna contro lo Zalgiris 82-67. Ma il ciclo si era già esaurito.
Nando lasciò l’Olimpia dopo 121 partite ufficiali ma soprattutto dopo averne indossato con orgoglio la fascia da capitano. Era entrato nella storia da avversario, ne uscì da protagonista, in un passaggio di testimone ideale tra la Caserta degli anni d’oro e la Milano che tornava a vincere.