90 anni Olimpia · Storia 42 di 90

Robert Allen “Bob” McAdoo

780 parole · 4 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Negli anni ’70 non c’era ancora il concetto di stretch five e non esistevano i lunghi che aprivano il campo. I centri stavano spalle a canestro, prendevano posizione in post basso e giocavano di forza, di volume, di ripetizione. Poi arrivò Bob McAdoo e tutto cambiò.

Quando i Buffalo Braves lo scelsero con la seconda chiamata assoluta al Draft del 1972, in pochi avrebbero immaginato l’impatto che avrebbe avuto. Rookie dell’anno nel 1973, 18 punti di media, e l’impressione di avere davanti non solo un talento, ma un giocatore diverso da tutti gli altri.

L’anno successivo esplose e lo fece con una forza che la lega non era pronta a contenere. Tre anni consecutivi da miglior realizzatore NBA, culminati nella stagione 1974-75, quando chiuse con 34.5 punti e 14 rimbalzi di media, portandosi a casa anche il titolo di MVP a soli 23 anni.

McAdoo segnava in ogni modo: in transizione, dal palleggio, con il jumper in sospensione, con il tocco morbido dalla media distanza. Era un enigma per i difensori dell’epoca, troppo rapido per marcarlo con i lunghi, troppo alto per contenerlo con gli esterni.

Eppure, nonostante i suoi numeri, i Braves non riuscirono mai a costruire una squadra vincente attorno a lui. Così iniziò un periodo di instabilità, fatto di trasferimenti e brevi esperienze: New York, Boston, Detroit, New Jersey. Ovunque lasciava il segno, ma senza mai trovare davvero casa. Troppo spesso percepito come un solista, troppo raro il talento per essere compreso appieno.

Poi, nel 1981, la svolta. I Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar lo chiamarono a Los Angeles. McAdoo, che aveva sempre brillato da protagonista, accettò una sfida nuova: mettersi al servizio della squadra, uscire dalla panchina, diventare un uomo d’impatto in una macchina già rodata.
E vinse per due volte: campione NBA nel 1982 e nel 1985, McAdoo diventò un pezzo importante dello Showtime, quel basket spettacolare e travolgente che definì un’intera generazione.

Chiuse la carriera NBA nel 1986 a Philadelphia con numeri che parlano da soli: 22.1 punti e 9.4 rimbalzi di media in 14 stagioni, un MVP, tre titoli di miglior realizzatore, due anelli.

Nel 1986 quando Bob McAdoo decise di accettare l’offerta della Tracer Milano, la sua carriera era in una fase di transizione. L’Europa non era un ripiego, ma una scommessa e l’Italia, a sorpresa, sarebbe diventata casa.

Il primo grande crocevia fu contro l’Aris Salonicco. L’obiettivo stagionale era chiaro: vincere la Coppa dei Campioni. Ma nei sedicesimi, un turno solitamente di routine, la Tracer si ritrovò di fronte a una squadra greca poco conosciuta e tremendamente affamata. Nella bolgia di Salonicco, l’Olimpia fu travolta. Nick Galis, playmaker americano naturalizzato greco, ne mise 44. Il tabellone finale recitava 98-67. Trentuno punti di scarto, sembrava una condanna. E invece, sette giorni dopo, Milano firmò una delle più clamorose rimonte della storia del basket europeo. La Tracer costruì un capolavoro difensivo: 83-49 e il Palatrussardi esplose. Quel giorno salvò la stagione e forse salvò anche l’avventura europea di McAdoo. Da quel momento, il suo inserimento fu completo. Il talento che aveva dominato l’NBA per un decennio si adattò al basket europeo, ne capì ritmi, spazi, importanza della struttura e imparò a vincere in un contesto collettivo, diventando il riferimento tecnico e mentale di una squadra che scrisse la storia.

Nel 1987 l’Olimpia compì un’impresa irripetibile, vinse il Grande Slam, con McAdoo protagonista. 29 punti nella finale di Coppa Italia vinta contro Pesaro, 21 punti nella finale di Coppa dei Campioni vinta contro il Maccabi, 27,6 punti di media nelle tre gare di finale scudetto vinte contro Caserta e 25 punti nella finale di Coppa Intercontinentale vinta contro il Barcellona.

In quattro stagioni a Milano, McAdoo vinse tutto: due Coppe dei Campioni, due scudetti, una Coppa Italia. Ma più dei titoli, resta un’immagine: il tuffo di Livorno, in gara 5 della serie scudetto 1989 contro l’Enichem. Sull’80-77 per l’Olimpia, Livorno vola in contropiede con Alberto Tonut. Sembra fatta. Ma all’improvviso, come un’ombra, McAdoo piomba sul pallone, si tuffa a corpo morto, lo tocca quanto basta per deviarlo oltre la linea di fondo. Un gesto da vero campione.

Nella NBA, Bob McAdoo fu un innovatore: un lungo che giocava faccia a canestro, segnava in sospensione e correva il campo con la leggerezza di un esterno, quando ancora non esistevano definizioni per un talento del genere. In Italia, fu qualcosa di ancora più profondo: un uomo che mise il suo talento immenso al servizio di una squadra, di una città, di una cultura che l’adottò e non lo lasciò più.

Milano gli diede una nuova carriera, lui restituì un’eredità fatta di titoli, momenti indimenticabili e un tuffo che resterà per sempre scolpito nella memoria.

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