90 anni Olimpia · Storia 31 di 90

Enrico “Ricky” Pagani

467 parole · 3 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Figura cardine nella storia dell’Olimpia Milano, Enrico “Ricky” Pagani rappresenta un unicum nella pallacanestro italiana del dopoguerra: per origine, per stile e per impatto. Nato a Shanghai nel 1929 da un ufficiale dell’esercito italiano e da una contessa inglese, Pagani ha attraversato le frontiere della geografia e dello sport portando in campo una visione del gioco essenziale e moderna, fatta di leadership silenziosa, rigore e intelligenza cestistica.

Arrivò all’Olimpia in modo del tutto fortuito, scoperto su un tram da Elliot Van Zandt, allora commissario tecnico della Nazionale. Fu proprio lui a indirizzarlo verso il Borletti, dove Cesare Rubini decise di testarlo personalmente in un provino alla palestra Forza e Coraggio. Bastarono pochi minuti per convincere tutti: dietro a quel fisico scolpito c’era un giocatore vero, pronto ad entrare in un sistema tecnico e valoriale che stava ponendo le basi della grande Olimpia.

Fece il suo esordio nel 1949, rimanendo in maglia biancorossa fino al 1961. In dodici stagioni collezionò 265 presenze e contribuì alla conquista di nove scudetti, diventando uno dei punti di riferimento del gruppo in campo e fuori. Uomo squadra per definizione, Pagani non cercava la gloria personale – chiuse la carriera con una media realizzativa inferiore ai 4 punti a partita – ma era insostituibile per equilibrio, presenza difensiva, intensità e capacità di guidare il gruppo nei momenti chiave.

Nel 1955, con il ritiro di Rubini dall’attività agonistica, ereditò i gradi di capitano. Fu l’ultimo della Borletti e il primo del Simmenthal. In uno spogliatoio ricco di personalità, Ricky s’impose per autorevolezza naturale, spirito di servizio e mentalità vincente.

Nel frattempo Pagani trovava spazio anche in azzurro: convocato da Van Zandt, partecipò agli Europei del 1951 a Parigi (quinto posto finale) e conquistò la medaglia di bronzo ai Giochi del Mediterraneo dello stesso anno. In Nazionale collezionò 38 presenze.

Pagani fu un personaggio carismatico anche lontano dl parquet. Recitò da protagonista, accanto a Lea Massari, nel film I sogni nel cassetto di Renato Castellani. Il ruolo gli valse notorietà, successo mediatico e un compenso economico importante, ma non scalfì minimamente la sua credibilità all’interno della squadra.

Una volta conclusa l’attività agonistica, rimase nell’orbita del club con ruoli trasversali. Divenne consulente linguistico per le trattative con i giocatori stranieri – grazie alla sua padronanza dell’inglese e di diversi idiomi orientali – e si rivelò prezioso nelle operazioni che portarono a Milano campioni come Bill Bradley e Art Kenney, che ne apprezzarono stile e competenza. Ebbe anche molti incarichi in industrie alimentari collegate al Presidente Bogoncelli.

Enrico Pagani morì nel 1998, a soli 69 anni. La sua figura resta centrale nella storia dell’Olimpia: un uomo di frontiera, in grado di unire culture e generazioni, incarnando con rara coerenza i valori più alti del club. Un Capitano autentico, venuto da Oriente per diventare leggenda in maglia biancorossa.

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