90 anni Olimpia · Storia 24 di 90
Gianfranco Pieri
Quando si parla di Gianfranco Pieri, non si parte dai numeri. Anche se i numeri ci sono, eccome se ci sono: nove scudetti, una Coppa dei Campioni, oltre trecento partite con la maglia dell’Olimpia Milano. Ma ciò che resta, prima di tutto, è l’immagine di un uomo distinto, composto, lo sguardo limpido dietro gli occhiali e quel modo naturale di stare in campo che sembrava dettare il ritmo a tutto ciò che gli ruotava attorno. Era un regista vero, nel senso più profondo del termine: non solo il giocatore che portava palla, ma quello che teneva insieme il gioco, i compagni, l’identità della squadra.
Pieri nacque a Trieste nel 1937, crebbe nella Ginnastica Triestina, dove iniziò da pivot prima di arretrare gradualmente verso il perimetro. Aveva mani educate, senso dello spazio e una lucidità rara, evidente sin da ragazzino. Nel 1955, a soli diciotto anni, firmò la partita che cambiò il suo destino: 34 punti contro la Borletti Milano, la squadra più forte del Paese. In panchina, Cesare Rubini; in società, il Presidente Adolfo Bogoncelli. Due uomini che capivano subito quando avevano davanti qualcosa di speciale. Lo vollero a Milano. E non si limitarono a prenderlo: portarono con sé anche il padre, trovandogli prima un impiego in una torrefazione, poi un posto come ispettore Simmenthal nel Triveneto. Fu un investimento, umano e sportivo.
Appena arrivato, Rubini lo spostò in regia. Una scelta coraggiosa, quasi sperimentale per l’epoca. Ma Pieri non ebbe bisogno di adattarsi: aveva visione, controllo, ritmo, una calma che disarmava. Giocava con la testa alta, senza mai forzare, ma senza rinunciare a dettare i tempi. Non cercava la giocata spettacolare, dava invece logica e continuità a ogni possesso. Era il tipo di giocatore che sapeva farsi seguire. Così nacque il soprannome che l’avrebbe accompagnato per sempre: il Professore.
All’Olimpia divenne presto un punto di riferimento, tecnico e morale. Capitano per quattro stagioni, simbolo di una squadra che vinse in Italia e in Europa. In Nazionale fu titolare alle Olimpiadi di Roma 1960 e Tokyo 1964, portando sul parquet lo stesso stile asciutto e composto che lo distingueva in maglia Simmenthal.
Oggi vive tra Milano e Trieste con la discrezione di sempre. Guarda il basket da lontano, con un affetto venato di malinconia. Non si riconosce nella pallacanestro di oggi, troppo individuale, troppo frammentata, troppo distante dallo spirito di gruppo che per lui era l’essenza del gioco.
Qualche anno fa ebbi l’onore e il piacere di intervistarlo, gli chiesi un suo ricordo di Bogoncelli: “Incontrai Bogoncelli per la prima volta nel 1955, quando arrivai al Borletti dalla Ginnastica Triestina. – mi raccontò Gianfranco Pieri. “Per convincere i miei genitori al trasferimento (da solo non mi sarei mosso), Bogoncelli rilevò una torrefazione a Milano, poiché mio padre lavorava nel settore del caffè.
Bogoncelli seppe trovare, insieme a Rubini, gli elementi giusti per costruire la leggenda del Simmenthal, assemblando un gruppo di giocatori affiatati sia in campo sia fuori dal campo. Eravamo proprio una vera famiglia.
Persi mio padre nel 1961 e Bogoncelli per me fu come un secondo padre, fu anche il mio testimone di nozze. Rimasi in contatto con lui anche dopo che lasciai il Simmenthal nel 1968. Bogoncelli ci ha lasciato in eredità la sua visione di vita e imprenditoriale: fare le cose con convinzione, costanza, serietà e onestà”.