90 anni Olimpia · Storia 22 di 90

Gabriele “Nane” Vianello

474 parole · 3 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Bastava vederlo sul parquet con quel passo leggero, spalle dritte, tiro in sospensione mancino, per capire che Nane Vianello stava già correndo qualche anno avanti a tutti.
C’era qualcosa di moderno, di anticipato, nel suo modo di stare in campo, come se avesse ricevuto un’anteprima del basket che sarebbe venuto dopo.

Veneziano di nascita, classe 1938, Vianello crebbe nella Reyer, dove fece in tempo a debuttare in Serie A nel 1956. Passò alla Moto Morini Bologna, poi all’Ignis Varese. Lì conquistò il primo scudetto della sua carriera, che fu anche il primo nella storia del club varesino. Un titolo speciale, che avrebbe dovuto sancire l’inizio di un ciclo e invece fu la fine. Perché Nane aveva altri orizzonti davanti: il Simmenthal Milano. I contatti col Simmenthal avvennero a stagione in corso, e la Federazione non li prese bene: lo squalificò per un anno. Fu costretto a restare fuori dalla Serie A nel 1961-62. Ma chi lo conosceva sapeva che non sarebbe rimasto fermo. Si allenò comunque con Varese, giocò in Serie B con la Robur & Fides — la seconda squadra della città — e la portò in A.

Quando finalmente fu libero di giocare col Simmenthal, venne accolto come si accolgono gli uomini destinati a cambiare le cose. In cinque stagioni vinse quattro scudetti (1962, 1963, 1965, 1966) e soprattutto la Coppa dei Campioni nel 1966, primo trionfo europeo nella storia del club. Fu uno dei giocatori più importanti di una squadra che stava uscendo dai confini italiani e cominciava a capire cosa volesse dire davvero competere in Europa.

La partita simbolo fu contro il Real Madrid, nei quarti di finale. All’andata, i blancos vinsero di 13 e sembrava finita. Ma al ritorno, Milano s’impose di 17 punti e Vianello ne segnò 40. Con lui in campo c’era Bill Bradley, l’americano laureato a Princeton che sarebbe poi approdato ai Knicks. Quel giorno, Vianello e Bradley insieme misero a referto 67 punti su 93. La differenza tra il sogno e la realtà.

In Nazionale collezionò 127 presenze, partecipò a tre edizioni dei Giochi Olimpici (Roma ’60, Tokyo ’64, Città del Messico ’68). Con quella maglia addosso, dava sempre la sensazione di rappresentare qualcosa di più del solo talento individuale. Aveva resistenza, senso del gioco, spirito. Giocava 40 minuti senza calare d’intensità, come se il tempo non lo sfiorasse.

Fu una guardia-ala di 1.93 con una naturalezza nel gesto tecnico che sarebbe sembrata normale solo quarant’anni dopo. Non c’era tiro che non potesse prendersi, non c’era difesa che non potesse reggere. Quando si alzava in sospensione con la sinistra, pareva che il gioco si fermasse per un istante.

Chiuse la carriera dove l’aveva cominciata, alla Reyer Venezia. Un cerchio che si chiuse.

“Con quei numeri, oggi sarei finito in NBA”, disse una volta. Ma senza rimpianti: “Mi è andata bene anche così.” E aveva ragione.

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