90 anni Olimpia · Storia 21 di 90

La prima Coppa dei Campioni

995 parole · 5 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Nel 1965, la Federazione Italiana Pallacanestro fece una scelta destinata a segnare una svolta: riaprì le frontiere ai giocatori stranieri. Dopo anni di protezionismo tecnico, c’era la possibilità di tesserare uno straniero per il campionato e due per le coppe europee. E il Simmenthal Milano — che veniva da uno scudetto e da troppe frustrazioni internazionali — fu il primo a capire che quella finestra era un’opportunità per provare a vincere in Europa.

Cesare Rubini e la società si mossero con rapidità, ma con la consueta precisione. Il primo colpo fu l’ingaggio di Duane “Skip” Thoren, centro di 2.08 da Illinois, un lungo tecnico, che aveva appena rifiutato un’offerta da parte dei Baltimore Bullets. Era perfetto per l’identità dell’Olimpia: concreto, efficace, rimbalzista e buon difensore.

Il secondo colpo fu Bill Bradley, leggenda vivente del college basketball, oro olimpico a Tokyo nel ’64, aveva rifiutato immediatamente la proposta dei Knicks per dedicarsi a un master a Oxford, nel RegnoUnito. Rubini e l’ex bandiera Enrico Pagani, che erano volati fino a Budapest per convincerlo durante le Universiadi, lo portarono a Milano con un accordo sui generis: niente allenamenti, solo partite di coppa.

Il sorteggio della Coppa dei Campioni mise Milano di fronte ai campioni di Germania del MTV Gießen. Bradley esordì in trasferta con 28 punti, e nella gara di ritorno al Palalido ne segnò 36. Serie chiusa in scioltezza.

Negli ottavi successivi, toccò all’Hapoel Tel Aviv. Altra doppia vittoria senza storia, con Bradley ancora una volta decisivo.

Dopo aver superato senza difficoltà MTV Gießen e Hapoel Tel Aviv nei primi due turni, l’Olimpia si trovò di fronte a una formula tutt’altro che lineare. I quarti di finale della Coppa dei Campioni 1965/66 si disputavano con una struttura a gironi, due gruppi da quattro squadre ciascuno. Ma non bastava vincere le partite: contava la somma dei punti tra andata e ritorno di ogni doppio confronto. In pratica, per ottenere i 2 punti in classifica, non era sufficiente vincere almeno una gara, bisognava fare meglio nella differenza canestri complessiva contro l’avversario. Una regola che lasciava margine a partite dal punteggio ravvicinato, ma che non perdonava le giornate storte.

Il Gruppo A era il più duro: Real Madrid, Racing Mechelen, Slavia Praga e Simmenthal Milano. Una vera Final Four anticipata. Il Real Madrid era il campione in carica. Lo Slavia, squadra in crescita, aveva già battuto Milano nella fase preliminare. Mechelen poteva contare sul talento esplosivo di Willy Steveniers, autentico fromboliere belga capace di segnare da qualsiasi posizione.

La prima sfida fu proprio contro Mechelen, ad Anversa. Bradley firmò 42 punti, ma l’Olimpia perse 104-94, pagando un approccio difensivo troppo morbido e le fiammate inarrestabili di Steveniers (42 anche per lui). Una settimana più tardi, a Milano, arrivò la reazione: 95-66, ribaltando la differenza punti e conquistando i primi 2 punti “veri” in classifica. Un segnale forte.

Poi arrivò lo Slavia. All’andata, al Palalido, tutto funzionò: 96-77, +19 secco con Thoren (27), Vianello (20) e Bradley (21) a comandare le operazioni. Ma a Praga, la squadra ceca si prese una vendetta feroce: 82-59, +23. Partita sempre in salita, con Zídek devastante (31 punti) e con l’Olimpia incapace di reggere fisicamente. La differenza canestri complessiva condannava Milano: lo Slavia aveva vinto il confronto diretto e si era già assicurato uno dei due posti in semifinale.

Restava solo un’opzione: battere il Real Madrid nel confronto diretto.
Non bastava una vittoria, serviva vincere con almeno 6 punti di scarto, visto il 71-66 subito all’andata in Spagna — dove Milano aveva chiuso il primo tempo avanti di 7, prima di crollare nella ripresa anche per via di un arbitraggio considerato “discutibile” da più testate italiane.

Il 16 marzo 1966, in un Palalido infuocato, Milano rispose con una prestazione senza sbavature. Il punteggio finale — 93-76 — racconta solo in parte la qualità tecnica e mentale di quella serata. Vianello toccò il massimo stagionale: 40 punti, con canestri dalla media, tagli perfetti e letture da veterano. Bradley lo seguì con 27, e l’Olimpia diede una lezione di esecuzione offensiva al Real, travolgendolo nella ripresa con un parziale micidiale. La differenza punti fu ribaltata di 22, ben oltre il margine richiesto. L’eliminazione del Real Madrid fu un segnale al continente.

Il girone si chiuse con Milano a quota 4, come Real e Mechelen, ma con la miglior differenza canestri e con il pass per le semifinali in tasca.

La semifinale era in calendario a Bologna, contro la corazzata sovietica del CSKA Mosca, guidata da Volnov. L’inizio fu complicato: 37-36 per i russi all’intervallo. Ma nella ripresa, l’Olimpia chiuse ogni varco, si affidò a Masini (15), a un Bradley sempre chirurgico (20) e a un Thoren dominante. Finì 68-57. Milano era in finale.

Dall’altra parte del tabellone, ad attenderla c’era lo Slavia Praga, già incontrato nel girone. Squadra robusta, con giocatori come Jiri Zídek — che qualche anno dopo sarebbe diventato il primo ceco a giocare in NBA — e Baroch. In semifinale, avevano battuto l’AEK Atene.

Milano era in finale.

1 aprile 1966, Bologna, Palasport di Piazza Azzarita.
Dentro ottomila spettatori, fuori altre migliaia di persone. La partita, fin dai primi minuti, fu ruvida, tattica, nervosa. Milano partì con il suo quintetto consueto — Pieri, Vianello, Bradley, Masini, Thoren — e chiuse avanti il primo tempo 41-35, con la sensazione di poter tenere in pugno la gara.

Ma lo Slavia rientrò. Zídek ne mise 20, Baroch colpì da fuori, e il margine si assottigliò fino a due soli punti. Fu lì che emerse la forza dell’Olimpia: lucidità, letture, qualità nelle scelte. Vianello fu il solito punto fermo: 21 punti e presenza costante. Thoren chiuse a 21, facendo valere fisico e posizionamento. Bradley, elegante come sempre, aggiunse 14 punti e segnò nei momenti decisivi. Riminucci, dalla panchina, portò energia e 10 punti che pesarono come macigni. Il resto lo fecero Iellini (4), Pieri (4) e Masini (3). Finì 77-72. E quella coppa, la prima Coppa dei Campioni della storia per una squadra italiana, l’alzò Gianfranco Pieri.

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