90 anni Olimpia · Storia 19 di 90
Il fondatore dell’Olimpia contestato
Milano, primavera del 1976. Per la prima volta dopo quasi trent’anni, Adolfo Bogoncelli non fu più un’icona inattaccabile. Fu un uomo sotto processo, non davanti a un tribunale, ma di fronte al giudizio più severo: quello della sua città.
Le tribune del Palalido non l’applaudivano più come un tempo, i giornali alternavano rispetto e sarcasmo, e persino i suoi giocatori lo guardavano con una distanza nuova, intrisa di delusione.
Eppure, fino a poco prima, era stato l’artefice di una società vincente. Aveva portato il Simmenthal al vertice d’Europa, aveva introdotto la cultura d’impresa nello sport, aveva trasformato una passione in un sistema. Aveva costruito la moderna Olimpia Milano: una società che sapeva vincere e comunicare, con metodo e visione. Ma nel 1976 quel modello parve incrinarsi. Cesare Rubini se n’era andato, Renzo Bariviera pure, e la squadra — ribattezzata Cinzano — perse mordente, identità, anima.
La stagione si rivelò amara: qualche lampo in Coppa delle Coppe, troppi inciampi in campionato.
Per la prima volta, Bogoncelli non apparve più il regista di un’opera perfetta, ma il custode di un sistema logoro. La stampa lo criticò con durezza, accusandolo di protagonismo, di ingerenze, di voler controllare tutto. Lui rispose con la calma di chi sa di essere solo, ma ancora convinto della propria idea. «Non mi considero un mecenate — dichiarò — ma un imprenditore che crede nello sport come in un’azienda. Non bastano le parole, serve un bilancio positivo». Fu la dichiarazione di chi antepose la solidità alla retorica, la struttura alla popolarità. Ma quella freddezza manageriale suonò alle orecchie dei tifosi come arroganza.
Dietro le contestazioni, però, si nascondeva qualcosa di più profondo. Bogoncelli rappresentava la generazione dei fondatori, di chi aveva costruito la pallacanestro italiana dal nulla e la vide entrare in una dimensione più mediatica, più fragile, meno romantica.
Aveva intuito tutto in anticipo — la necessità degli sponsor, l’importanza del brand, la visione industriale — ma non tutti lo seguirono. Come Rubini prima di lui, fu accusato di accentrare troppo.
Ma mentre Rubini reagì con il carisma del tecnico, Bogoncelli rispose con la lucidità dell’imprenditore. Non cercò di piacere, cercò di spiegare e in quello sforzo razionale, perse l’empatia che aveva reso grande la sua Milano. A chi gli chiese se pensasse di lasciare, rispose con una frase che suonò insieme come orgoglio e come confessione:
«Resterò ancora, anche senza Rubini». Fu l’orgoglio di un uomo che aveva visto nascere e crescere la modernità sportiva, ma che si ritrovò straniero in casa propria.
Un uomo che, nel momento più difficile, difese ancora l’idea che lo sport dovesse essere un progetto, non un’emozione passeggera. Negli anni successivi, la storia gli rese giustizia.
Molte delle intuizioni che allora gli valsero fischi e prime pagine polemiche — il rapporto con le aziende, la centralità del management, la cultura dell’immagine — divennero la norma del basket moderno. Ma in quel 1976, Bogoncelli non poteva saperlo.