90 anni Olimpia · Storia 14 di 90
Novembre 1986, la rimonta leggendaria
Il 6 novembre 1986 l’Olimpia Milano, targata Tracer, riscrisse la storia cancellando un baratro di 31 punti e ponendo le basi del suo leggendario Grande Slam.
Ma per capire quella notte bisogna tornare indietro di qualche mese.
L’estate del 1986 aveva consegnato a Milano un altro scudetto, vinto contro Caserta, ma anche la sensazione che un ciclo stesse terminando. Dopo tre anni di sponsorizzazione Simac, arrivò un nuovo sponsor, la Philips con il marchio Tracer, simbolo di un’epoca industriale e tecnologica diversa, più internazionale, più proiettata verso l’immagine. Fu poi Gianmario Gabetti, proprietario dell’Olimpia, a imprimere la svolta decisiva. Per guidare la nuova fase, affidò la presidenza a Raffaele “Lello” Morbelli, ex giocatore della Lazio ma soprattutto il dirigente che aveva costruito il modello Cantù: diciotto stagioni da general manager, due Coppe dei Campioni vinte, due scudetti, quattro Coppe delle Coppe, tre Coppe Korac e due Coppe Intercontinentali soprattutto e una reputazione costruita su competenza e visione. Con Dan Peterson confermato in panchina e Toni Cappellari responsabile dell’area sportiva, la dirigenza scelse di scommettere su due americani complementari: il giovane Ken Barlow, 208 cm, talento emergente da Notre Dame, reduce da un grave incidente stradale che ne aveva messo in dubbio la carriera, e il veterano Bob McAdoo, 35 anni, campione NBA con due titoli vinti ai Los Angeles Lakers e un passato da MVP e miglior realizzatore della Lega. ’inizio non fu semplice. McAdoo, ancora arrugginito e in fase di adattamento, faticava a entrare nei ritmi del basket europeo. La squadra non trovava continuità e la sconfitta del 15 ottobre a Brescia — contro una formazione destinata alla retrocessione — fece rumore.
Poi arrivò la Coppa dei Campioni, l’obiettivo dichiarato di quella stagione. Al secondo turno, il sorteggio mise di fronte l’Aris Salonicco di Nikos Galis e Panagiotis Yannakis, la squadra simbolo dell’ascesa greca.
La trasferta a Salonicco fu una vera odissea: durante l’allenamento della vigilia, tremila tifosi invasero il campo, lanciando monete e insulti. Peterson sospese la seduta dopo dieci minuti: impossibile continuare. Il giorno dopo, in un clima ostile, arrivò la disfatta. 98-67, con 44 punti di Galis. Milano travolta, schiacciata da ritmo, intensità e atmosfera. Al ritorno, tutto sembrava già scritto. Ma proprio da quella umiliazione nacque la rivincita. Cappellari decise di aprire il Palatrussardi con prezzi popolari, trasformando la sfida in un evento popolare e identitario. In pochi giorni, Milano tornò a credere nella propria squadra. 9000 spettatori gremirono il palazzetto due ore prima della palla a due. In spogliatoio, Peterson fu essenziale:“Recuperiamo un punto al minuto. E ricordatevi chi siamo: siamo l’Olimpia. Possiamo farcela”. Dopo cinque minuti era 15-6, all’intervallo 44-30. Nella ripresa, i biancorossi riprendono il lavoro con la stessa ferocia. Premier è in gran serata, Meneghin combatte come un leone, e Mike D’Antoni offre una prova commovente per generosità e disciplina difensiva: si sacrifica su Galis, riuscendo a limitarlo a soli 16 punti, contro i 44 dell’andata. Il Palatrussardi comincia a vibrare, la rimonta diventa realtà. A meno di cinque minuti dal termine, Meneghin segna il canestro del +32: il palazzetto sembra sul punto di crollare. I tifosi non smettono di cantare, Peterson gestisce ogni possesso come una finale. A quaranta secondi dalla sirena, Premier infila due tiri liberi che chiudono i conti: 83-49, +34. È l’impresa perfetta.
Una delle più grandi rimonte nella storia del basket europeo e, per molti, la più bella notte delle Scarpette Rosse. Quell’anno — l’ultimo di Peterson in panchina — l’Olimpia vincerà tutto: scudetto, Coppa Italia e Coppa dei Campioni. Ma nell’immaginario collettivo dei tifosi milanesi, quella Coppa era già stata vinta quella sera, in una fredda notte di novembre a Lampugnano, quando l’Olimpia tornò a essere sé stessa: orgogliosa, indomabile, leggendaria.