90 anni Olimpia · Storia 13 di 90

Arturo il Rosso

657 parole · 3 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

In un’epoca in cui l’Europa rappresentava per la maggior parte degli americani poco più che un’alternativa esotica alla NBA, lontana dalle luci e dalle sicurezze del basket professionistico, Arthur Kenney compì una scelta diversa. non vi approdò per caso, ma per convinzione e a differenza di tanti suoi connazionali, se ne innamorò.

Nato a New York e di origini irlandesi, Kenney crebbe nei playgrounds cittadini. Frequentò la Power Memorial Academy, dove fu compagno di squadra di Lew Alcindor, poi Kareem Abdul-Jabbar, contribuendo alla leggendaria striscia di 71 vittorie consecutive. Scelse poi Fairfield University, dove giocò per quattro stagioni con cifre da protagonista: 24 punti e 16 rimbalzi di media, oltre all’ammissione nel Who’s Who universitario e, più tardi, nella Hall of Fame dell’ateneo.

Ma la sua attrazione per l’Europa – e per l’Italia in particolare – aveva radici profonde. Da bambino, Kenney rimase affascinato dal film Un Americano a Parigi. Poi, a tredici anni, conobbe Mauro Sandanopoli, un ragazzo milanese trapiantato a New York, e frequentò la bottega da barbiere del padre. Più tardi, al liceo, un professore gli mostrò delle diapositive di un viaggio estivo a Parigi. Quelle immagini, unite al suo interesse per il francese, accesero una curiosità destinata a diventare scelta di vita.

Nel 1968, al termine del college, Jim McGregor lo convocò per una tournée estiva con i Gulf Oil All-Stars, in America Latina ed Europa. Kenney si mise in mostra contro le Nazionali di Panama, Spagna e Italia, rompendo persino un tabellone a Barcellona con una schiacciata. McGregor lo volle a Le Mans, dove cominciò la sua carriera europea. Ma Kenney aveva già un’idea chiara: voleva arrivare a Milano, dove nel 1966 aveva visto in TV il Simmenthal battere lo Slavia Praga in finale con Bill Bradley in campo.

Il passaggio all’Olimpia arrivò nel 1970. Fu Sandro Gamba a suggerirlo a Cesare Rubini, colpito dalla sua durezza e affidabilità. Kenney era un lungo atletico e disciplinato e un giocatore con intelligenza cestistica, cultura, spirito di gruppo. In poche ore divenne “Arturo”, adottato dalla città e dai compagni.

Il suo impatto fu immediato: tre stagioni ad altissimo livello, 84% di vittorie, 1.016 punti segnati, 14.3 punti e 11.8 rimbalzi di media, Coppa delle Coppe (1971, 1972), Coppa Italia e scudetto (1972). Un “Piccolo Slam”, come lo definì lui stesso, premiato con le chiavi della città dal sindaco Aldo Aniasi.

Non cercava gloria personale ma lavorava per la squadra: blocchi, tagliafuori, letture difensive. Una visione del gioco maturata a Fairfield, che però una volta gli costò cara. A Venezia, nella palestra ricavata da una chiesa sconsacrata, Kenney sussurrò un’imprecazione dopo un errore banale. Il tecnico non arrivò dall’arbitro, ma da un sacerdote seduto al tavolo del referto: ammonizione, una partita di squalifica e penitenza. “Tu, che vieni da una scuola gesuita, dovresti comportarti meglio”, gli disse.

Nel 1972 arrivò anche la celebre rissa di Belgrado contro la Stella Rossa: Kenney salì in tribuna per difendere Rubini aggredito da Slavnic. A Roma, poco dopo, si prese la rivincita su Varese nello spareggio-scudetto. L’anno seguente, invece, perse la sua ultima partita in maglia Olimpia, ancora contro Varese.

Il legame con Milano però non si spezzò. Il club ritirò il suo numero 18 nel 2013, primo giocatore nella storia dell’Olimpia. Kenney era in città per il suo settantesimo compleanno e fu invitato alla celebrazione dell’80° anniversario del club. Sul palco con lui c’erano Meneghin e Gamba, ormai amici e alleati, non più rivali. Da allora continua a tornare spesso in Italia, dove è ambasciatore del gioco, relatore a eventi, ospite d’onore nei momenti chiave del club. Il numero 18 non è mai più stato indossato.

Un barbiere, una pellicola e un’aula scolastica non sono i luoghi dove nascono solitamente i sogni sportivi, ma è lì che prese forma quello di Art Kenney. Un sogno che ha attraversato continenti, resistito al tempo e oggi vive ancora, oltre 50 anni dopo, nel cuore di Milano.

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