90 anni Olimpia · Storia 11 di 90

Steve Chubin

477 parole · 3 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Arrivò al Simmenthal per vincere e vinse uno scudetto, ma durò appena una stagione. Steve Chubin era fatto così: genio e sregolatezza. Un giocatore fuori scala per l’Italia di allora, atleticamente esplosivo, lottatore, decisivo.

Rubini nell’estate del 1966 scelse di cambiare i due stranieri: per il campionato puntò su Chubin, ala piccola di 188 cm, per la Coppa dei Campioni virò su Austin “Red” Robbins, lungo perfetto per fare a sportellate sotto i tabelloni. Il Simmenthal si presentò così ai blocchi di partenza, senza stravolgere nulla ma con due americani complementari, uno per l’attacco, l’altro per la difesa.

Prima di arrivare a Milano, Chubin aveva lasciato un segno profondo nella storia della University of Rhode Island. Con la maglia dei Rams fu una macchina da punti: due volte All-America honorable mention, fu costretto a saltare l’intera stagione 1965 per problemi accademici, ma tornò più forte di prima e nel 1966 guidò la squadra al titolo della Yankee Conference e alla qualificazione al torneo NCAA. Chiuse la carriera universitaria con 2.154 punti segnati in 98 partite (media di 21,9 a gara).

Nel 1966 i San Francisco Warriors lo scelsero al terzo giro del draft NBA, ma lui preferì l’Europa. Milano era la prima tappa.

Con il Simmenthal fu subito protagonista: 22 partite di campionato, 469 punti, 21,3 di media. Ma il meglio lo diede nelle coppe. In Coppa dei Campioni viaggiò a 22 a gara e nella finale di Madrid persa contro il Real ne mise 34, prima di essere tolto dalla partita con quattro falli fischiati in due minuti dall’arbitro ungherese Kassai. In Coppa Intercontinentale tenne 26 di media. Numeri, ritmo, presenza.

Dopo la finale di Madrid mancava una sola giornata alla fine del campionato e il Simmenthal aveva già vinto lo scudetto. Chubin disse al presidente Bogoncelli: “Caro Presidente, la Coppa è persa, il campionato è nostro. Nei giorni che mancano, lei non mi cerchi più: ci vediamo al Palalido per l’ultima partita”. La notte prima dell’ultima partita di campionato, sabato 8 aprile 1967, Chubin devastò la camera della casa-albergo dove alloggiava. Il risultato? Mezzo milione di lire di danni. Una telefonata svegliò Bogoncelli: «Venga subito. Chubin ha fatto un disastro». Il giorno dopo mise a referto appena 7 punti, il Simmenthal vinse lo stesso 76-74 e Chubin chiuse lì la sua esperienza italiana, garbatamente accompagnato all’aeroporto e spedito a casa.

Dopo Milano, due stagioni in Israele. Poi il ritorno in America, con la ABA agli albori. Agli Anaheim Amigos fu il miglior realizzatore e il miglior assist-man, ma la sua carriera professionistica fu un continuo spostamento: in due stagioni cambiò otto squadre diverse, da Indiana a New York, da Pittsburgh a Kentucky. Sempre produttivo, mai stabile. Chiuse con 226 partite ABA e 12,8 punti di media.

Chubin giocò solo una stagione a Milano, ma quel mix di forza, talento e instabilità lasciò un segno profondo.

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