90 anni Olimpia · Storia 67 di 90

Il passaggio da Simmenthal a Innocenti

408 parole · 2 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Il passaggio da Simmenthal a Innocenti, nell’estate del 1973, fu un trauma culturale, identitario, quasi sentimentale, per un pubblico che da diciassette anni identificava l’Olimpia con un nome, un colore, uno stile.

Il rosso del Simmenthal era diventato un marchio emotivo: dieci scudetti, una supremazia lunga quasi due decenni, una “stella” conquistata sul campo quando nel basket italiano non apparteneva a nessuno. Il Simmenthal era una squadra, certo, ma anche una filosofia: quella di Cesare Rubini, dei suoi uomini, di una Milano che aveva imparato a vincere e a convincere.

Per questo, quando il rosso lasciò spazio all’azzurro dell’Innocenti, l’effetto fu straniante. La stampa dell’epoca lo raccontò con un’immagine efficace: come se la Juventus avesse cambiato nome e colori sociali. Cambiava tutto ciò che era visibile: il nome, le maglie, le famose “scarpette rosse” diventate improvvisamente azzurre. Cambiava persino il guardaroba, al punto che sulla panchina dell’Innocenti spiccavano ancora asciugamani rossi, dimenticati in fretta, come reliquie di un’epoca appena conclusa.Eppure, sotto la superficie, non cambiava l’essenziale.

L’Innocenti non nacque per cancellare il Simmenthal, ma per innestarsi su quella linfa. Lo compresero subito i dirigenti e lo dichiarò con chiarezza Bruno Jotti, capo ufficio stampa dell’azienda Innocenti: «Ci rendiamo conto di aver tentato un trapianto nel cuore dei tifosi italiani. Temiamo una crisi di rigetto, che c’è, ma in limiti inferiori al preventivato. Speriamo di non deludere nessuno e non ci offendiamo se, su qualche campo, la nostra squadra viene accolta ancora al grido di Simmenthal».

I tifosi, inizialmente, accettarono la novità con cautela. Al primo confronto vero, contro l’Ignis per il Trofeo Lombardia, il pubblico chiamò ancora “Simmenthal” la squadra. Poi, con il passare dei minuti e con il dipanarsi della partita, il tifo si spostò naturalmente sull’Innocenti. Non per il nome sulla maglia, ma per ciò che vedeva in campo. Perché in campo c’erano ancora loro. Bariviera, Brumatti, Cerioni, Iellini, Masini. Una squadra che continuava a comportarsi come aveva sempre fatto. Le maglie erano azzurre, come quelle della Nazionale, ma lo spirito restava quello di sempre: competitivo, sobrio, profondamente milanese.

L’abbinamento Innocenti non ebbe il tempo di sedimentarsi davvero. La sponsorizzazione si chiuse dopo appena due stagioni, frenata dalle crescenti difficoltà economiche dell’azienda Leyland-Innocenti, che resero impossibile dare continuità a un progetto ambizioso ma fragile sul piano industriale. Fu una parentesi breve, ma sufficiente a dimostrare che, anche in mezzo ai cambiamenti e alle incertezze, l’Olimpia aveva già imparato una lezione fondamentale: i nomi passano, l’identità resta.

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