90 anni Olimpia · Storia 51 di 90

Massimo Masini

269 parole · 2 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

A quindici anni Massimo Masini lasciò Montecatini con una valigia e un futuro ancora tutto da scrivere. Non sapeva cosa lo aspettasse a Milano, ma sapeva che quel treno — metaforico e reale — non sarebbe passato due volte.

Quando Cesare Rubini lo notò in un raduno giovanile a Roma, bastò uno sguardo per capire che quel ragazzo lungo e dinoccolato aveva qualcosa di diverso. Milano l’accolse nel collegio di corso XXII Marzo, dove cominciò a formarsi come uomo e come atleta. E da lì, un pezzo alla volta, entrò nel cuore dell’Olimpia fino a diventarne il capitano.

Masini fu il primo pivot moderno del nostro basket, un giocatore che interpretava il ruolo in modo nuovo, con visione e tecnica. Sapeva aprirsi, tirare, muoversi sul perimetro con una fluidità che anticipava i tempi, conosceva il gioco come pochi.

Fu tra i protagonisti del primo trionfo europeo del Simmenthal nel 1966, ancora giovanissimo ma già determinante.

Nel corso della sua carriera con le Scarpette Rosse ha vinto tutto: scudetti, Coppe, rispetto. Ha attraversato stagioni epiche, derby infuocati con Varese, sfide leggendarie contro i migliori lunghi d’Europa. Ha fatto da guida, da collante, da esempio. Ha condiviso lo spogliatoio con Bill Bradley e Pino Brumatti, con Kenney e Iellini, costruendo un’identità collettiva fatta di valori prima ancora che di risultati.

Quando, dopo quattordici anni, lasciò l’Olimpia, lo fece con l’amarezza di chi sente di non essere più al centro di un progetto. Ma anche quella fu una scelta coerente con il suo stile: diretto, sincero, umano. Ha chiuso la carriera altrove, ha allenato, ha trasmesso il suo sapere a nuove generazioni.

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