90 anni Olimpia · Storia 47 di 90
Jim Tillman
Nessuno avrebbe potuto immaginare, osservandolo da ragazzo trafficare con le bronzine di un motore o fantasticare su una Chevrolet decappottabile, che Jim Tillman sarebbe diventato un tassello importante della storia dell’Olimpia Milano. Eppure, in quella traiettoria che partì da Rockingham, North Carolina e passò per Loyola Chicago prima di toccare il parquet del Palalido, ci fu un giocatore che diventò il simbolo eloquente di una trasformazione culturale.
Nato il 22 agosto 1946, Tillman non arrivò prestissimo al basket. Scoprì la palla a spicchi nel 1962, dopo aver coltivato sogni a motore all’Automotive School di New York. Il sogno di “Moose” – così lo chiamavano – era quello di girare il mondo con un’auto sportiva. Lo realizzò, anche se non come immaginava, grazie alla pallacanestro.
Nel 1965 accettò una borsa di studio per la Loyola University di Chicago, una delle università cattoliche che aprirono con coraggio le porte agli studenti afroamericani nel cuore di un’America ancora diffidente e spaccata. I primi due anni furono duri, condizionati da una diffusa ostilità razziale e da incomprensioni con il coach George Ireland. «Chicago non è per i neri», dichiarò. «Quando vai in campo ti senti addosso lo sguardo ostile di troppi, e capisci che ti giudicano solo come un oggetto del loro divertimento». Ma Tillman non cedette. Frequentò corsi di sociologia, trovò spazio in squadra, lavorò su sé stesso. La stagione 1967 lo consacrò: 24.7 punti di media, record di Loyola e una menzione d’onore in tutti gli USA. L’anno seguente chiuse a 19 di media, ottenne la laurea e ricevette la convocazione per l’All Star Game NCAA East-West. I Chicago Bulls lo selezionarono al quinto giro del draft NBA, ma scelse un’altra strada.
Nel 1968 approdò in Italia. Cesare Rubini e Sandro Gamba pescarono nel mare del basket NCAA l’uomo giusto per il Simmenthal. Talento, presenza scenica, personalità, leggerezza contagiosa. Jim Tillman conquistò Milano con schiacciate, stoppate e con le sue irresistibili imitazioni nello spogliatoio. Fu una novità assoluta: primo afroamericano nella storia del club e già icona del cambiamento.
Nel suo primo anno in Italia, Tillman portò una ventata d’aria nuova a Milano. Fu subito evidente che si trattava di un americano di talento: dominò fisicamente sotto i tabelloni, chiuse la stagione 1968/69 come miglior rimbalzista della squadra e primo anche per stoppate. A ciò affiancò un contributo costante in attacco, mettendo a referto 349 punti e dimostrando di poter incidere anche nella metà campo offensiva, pur senza assumersi un altissimo volume di responsabilità.
Nella seconda stagione, il rendimento sul campo restò elevato dal punto di vista statistico – fu ancora una volta il miglior rimbalzista e stoppatore e con 462 punti chiuse all’ottavo posto tra i marcatori dell’intera Serie A, ma certe sue scelte fuori dal campo e un protagonismo che in certi momenti apparve forzato fecero sì che quella fosse la sua ultima stagione a Milano.
Tillman non restò a lungo, ma lasciò un segno che il tempo non ha cancellato. Fu il primo afroamericano a indossare la maglia dell’Olimpia, in una stagione storica tanto per il club quanto per il contesto in cui s’inserì. Il basket italiano aveva cominciato da poco ad affacciarsi al mondo, ma certi confini – culturali, identitari, perfino emotivi – erano ancora rigidi. Tillman li attraversò con il suo atletismo, la sua personalità e il suo modo diverso di stare in campo.