90 anni Olimpia · Storia 46 di 90
Marcus Iavaroni
Durò cinque minuti. Nemmeno il tempo di prendere le misure al campo, ai compagni, all’Italia che aveva lasciato da giovane americano pieno di speranze e che ritrovava, più uomo e più consapevole. Il ritorno di Marcus Iavaroni nel nostro campionato si chiuse nel giro di pochi possessi: un rimbalzo conteso, una torsione innaturale, una smorfia che non lasciava spazio a dubbi. Legamenti collaterali in frantumi, menisco compromesso, stagione finita prima ancora di cominciare.
Era il 23 settembre 1989. La partita contro la Neutroroberts Firenze, alla prima giornata, avrebbe dovuto sancire il debutto casalingo di Iavaroni. Invece segnò la fine della sua brevissima esperienza milanese, con quel ginocchio sinistro che fece crack e lo costrinse al rientro negli Stati Uniti per una lunga e complessa operazione chirurgica al Virginia Mason Hospital.
Milano perse così in un attimo un giocatore voluto, cercato, atteso. Un trentaduenne con la grinta di un rookie e il pedigree di un veterano: già compagno di Julius Erving e Moses Malone nei Philadelphia 76ers campioni NBA 1983, reduce da stagioni agli Utah Jazz, e con un passato italiano tutt’altro che marginale. Iavaroni aveva già conosciuto l’Italia del basket: sbarcò a Brescia dieci anni prima, nel 1979, in maglia Pintinox. E nella stagione successiva giocò al fianco di Bill Laimbeer, futura colonna dei “Bad Boys” di Detroit.
Dopo Brescia, il tentativo NBA sembrò prematuro. Fallì al primo colpo. Ripartì da Forlì, dove non brillò, ma quella parentesi fu il trampolino per un ritorno più maturo: si conquistò un posto nei Sixers e non un posto qualunque, bensì nei meccanismi di una squadra da titolo. Quel titolo, l’unico dell’era post-Wilt, lo vinse anche grazie al lavoro oscuro di Iavaroni. Poi San Antonio, poi Utah. Ma quando arrivò la chiamata di Milano, era pronto a tornare.
“Con Meneghin daremo alla Philips una grande difesa”, aveva dichiarato alla vigilia del campionato. Aveva accettato un ruolo da collante, da veterano che completa un mosaico già impostato. Gli era stato chiesto di difendere, lottare, fare tutto quello che non si vede nei tabellini. Lo faceva da sempre, senza bisogno di essere protagonista.
Peccato che quel momento non sia mai arrivato. Alla fine, restano solo quei cinque minuti scarsi. Un lampo, un dettaglio statistico che somiglia più a una curiosità da almanacco che non al passaggio di un ex campione NBA in una grande squadra europea. Una storia interrotta prima ancora di cominciare, un’occasione sfumata per Iavaroni e per Milano, che aveva scommesso sulla sua esperienza e sulla sua mentalità. Un peccato autentico e quasi un record: nella lunga storia biancorossa, pochi stranieri hanno lasciato così poco sul parquet e così tanto nel retrogusto amaro dei rimpianti.