90 anni Olimpia · Storia 40 di 90

Cesare Rubini

687 parole · 4 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Il Principe, così veniva chiamato Cesare Rubini. Ma chi ha avuto a che fare davvero con Cesare Rubini sa che quel soprannome elegante e solenne, seppure calzante, non basta nemmeno a sfiorare la complessità e la grandezza dell’uomo. Dietro il volto scolpito di un comandante senza tempo si celava un atleta irripetibile, un tecnico esigente e un dirigente visionario, che ha ridefinito i confini dello sport italiano senza mai tradire sé stesso.

Se oggi il Forum di Assago ha inciso sul suo parquet “Cesare Rubini Court”, non è per semplice deferenza storica. È un riconoscimento strutturale: Rubini è stato una parte della storia dell’Olimpia, ne ha forgiato l’identità. Lo spirito Olimpia – quell’equilibrio spietato tra appartenenza, disciplina, ambizione e rispetto – nasce nei suoi anni, parla con il suo tono, cammina con il suo passo deciso.

Classe 1923, triestino d’origine e milanese d’adozione, Rubini praticò due sport – basket e pallanuoto – non solo da professionista, ma da campione olimpico e tecnico vincente. Se in piscina vinse tutto ciò che si poteva vincere, arrivando all’oro di Londra ’48 con il primo Settebello e al bronzo di Helsinki quattro anni dopo, nel basket fu il condottiero di una rivoluzione tattica e culturale, culminata nel 1966 con la conquista della prima Coppa dei Campioni del basket italiano.

Ma i numeri, per quanto straordinari – 15 scudetti, 1 Coppa dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe, 1 Coppa Italia, un argento olimpico e un oro europeo da dirigente azzurro – non bastano a raccontarlo. Rubini era metodo e follia, austerità e provocazione. Un uomo da “prima linea” che viveva ogni partita come una dichiarazione di principio.

Amava le battaglie e ne conosceva i codici, incuteva rispetto già all’ingresso in campo, arrivando a riscaldamento iniziato, in trasferta, sotto una valanga di fischi. Non per sfida gratuita, ma per trasmettere un messaggio: non si arretra, mai. Allenava con durezza e selezionava con istinto. Voleva ero e li sapeva riconoscere. In Gamba, in Kenney, in Bill Bradley, in Pieri. Quattro generazioni di giocatori si sono temprate nel suo laboratorio di fatica e consapevolezza.

Il basket lo scoprì tardi, quasi per caso, durante la guerra, quando Trieste era ancora una città-porto aperta alle contaminazioni. Arrivò a Milano grazie a Adolfo Bogoncelli, suo sodale e contraltare manageriale, in un momento in cui Borletti e Olimpia si stavano per fondere in quella macchina organizzativa e comunicativa che avrebbe reso l’Olimpia un unicum europeo. Rubini ne divenne da subito l’uomo-faro: giocatore, allenatore, poi dirigente. E in ciascun ruolo lasciò una traccia profonda.

Con lui nacque la cultura del dettaglio e dell’intransigenza. Rubini amava visceralmente la sua squadra, ma sapeva tenerla sotto pressione. Gli allenamenti erano duri quanto le partite, se non di più. Le lavate di capo pubbliche divennero colloqui privati, ancora più severi. Si arrabbiava con chi non sentiva il peso della maglia come lui. Quando decise di lasciare la panchina, fu perché si accorse che dopo una sconfitta a Venezia, nessuno dei suoi sembrava soffrire come lui. Era il segnale, aveva finito il suo tempo da allenatore.

Il Rubini dirigente fu strategico e puntuale. In Nazionale, al fianco di Sandro Gamba, seppe declinare la sua mentalità nella sfida impari ai colossi dell’Est. Il risultato: l’argento olimpico a Mosca ’80 e l’oro europeo a Nantes nel 1983, apici di un movimento in crescita costante.

Anche nella gestione degli stranieri fu pionieristico. Portò a Milano figure destinate a lasciare il segno: Ron Clark, George Bon Salle, Pete Tillotson, Skip Thoren, Bill Bradley. Convinse Arthur Kenney a restare e far parte di una squadra che metteva lo spirito prima del talento. Kenney, in una serata di Coppa a Belgrado, per difendere Rubini, sfidò la polizia locale. Era il tributo che il suo carisma imponeva. Chi stava con lui lo amava, chi stava contro lo temeva, ma nessuno poteva ignorarlo.

È nella Hall of Fame di due sport, pallacanestro e pallanuoto. Nessuno come lui.

Oggi è impossibile immaginare l’Olimpia senza il suo nome. Ogni volta che il parquet del Forum restituisce il suono secco di una palla che rimbalza sul parquet, la sua voce, burbera, elegante, intransigente, è ancora lì.

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