90 anni Olimpia · Storia 38 di 90

Sergio Stefanini

264 parole · 2 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Sergio Stefanini era mancino, ma non era solo questo a renderlo speciale. Era potenza atletica e intelligenza tattica, pionierismo tecnico e compostezza caratteriale, un uomo capace di eccellere su più fronti — sportivo, umano, culturale. Era, in una parola, “Il Caneon”, come lo chiamavano a Venezia, città in cui aveva cominciato a giocare e che lo vide diventare campione d’Italia con la Reyer a soli vent’anni, nel 1942 e 1943, proprio mentre il mondo crollava.

Ala alta e pivot moderno per l’epoca, Stefanini dominava il campo con un fisico che univa rapidità nella corsa ed esplosività nel salto. Ma la sua vera rivoluzione fu tecnica: fu il primo, in Italia, a usare con successo il tiro in sospensione. Fu un’innovazione destinata a diventare parte del bagaglio fondamentale del gioco.

Dopo la guerra emigrò in Brasile in cerca di lavoro, e finì per indossare la maglia del Fluminense a Rio de Janeiro, dove restò due stagioni e dove oggi riposano le sue ceneri. Ma il richiamo dell’Italia fu più forte. Adolfo Bogoncelli lo riportò a Milano nel 1949, quando la Borletti si era da poco fusa con l’Olimpia. Lì Stefanini trovò l’ambiente perfetto per esprimere il proprio talento in un contesto organizzato, professionale, già proiettato verso un basket più maturo. Giocò fino al 1955, poi un’ultima stagione a Gallarate.

Con l’Olimpia Milano vinse cinque scudetti consecutivi (1950-54), aggiungendoli ai due con la Reyer. Per quattro stagioni di fila, dal 1951 al 1954 guidò la classifica marcatori della Serie A.

Il suo nome resta tra quelli che hanno costruito le fondamenta del basket moderno in Italia.

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