90 anni Olimpia · Storia 16 di 90

Toni Cappellari

548 parole · 3 minuti di lettura · Testo di Giuseppe Marmina

Se oggi parliamo dell’Olimpia Milano degli anni ’80 come di una dinastia, il merito è anche di Antonio “Toni” Cappellari. Non c’è un GM nella storia del basket europeo che abbia lasciato un’impronta più profonda e duratura. Cappellari disegnò la roadmap di una moderna società sportiva prima che il termine entrasse nel lessico del nostro basket.

Il suo fu un percorso da self-made executive. Iniziò ad allenare giovanissimo, fu assunto da Rubini al Simmenthal per 20.000 lire al mese, poi volò a Vicenza a guidare una squadra di A1 femminile e, nel mentre, si fece le ossa anche con la Nazionale Rosa. Tornò a Milano nel 1975 come assistente di Faina; l’anno successivo era GM.

Gli anni '70 non furono un’epoca d’oro: retrocessione in A2, sponsor in fuga, roster ricostruito con americani “low cost” e giovani da lanciare. Ma proprio in quel periodo si cominciò a capire che Cappellari parlava una lingua diversa. Era un gestore, certo, ma anche un valutatore di talenti sopraffino, capace di fiutare i margini e di vedere opportunità dove altri vedevano problemi.

Nel 1978 fu uno degli artefici della rivoluzione Peterson: arrivò Dan dalla Virtus Bologna e nacque la “Banda Bassotti”. Poco dopo, nel 1980, la società passò alla famiglia Gabetti. Toni rimase. Non solo: assunse un ruolo ancora più centrale. A quel punto, l’Olimpia diventò un progetto. Con una governance chiara e una cultura interna ben definita. Fu Cappellari a spingere per l’arrivo di Dino Meneghin nel 1981, quando mezza Italia lo dava per finito. Fu lui a portare a Milano Antoine Carr, Joe Barry Carroll e Bob McAdoo. Fu lui a fare da mediatore tra le esigenze del campo e quelle della proprietà.

Per oltre un decennio, ogni decisione strategica passò da lui. Fu presente sul parquet, ma anche ai tavoli della Lega, fu risolutore di crisi e uomo di mercato. E nel 1989 sfiorò addirittura la storia: portò Fininvest a firmare un pre-accordo per acquistare l’Olimpia. Tutto fatto, tutto deciso. Ma all’ultimo, Gianmario Gabetti s’oppose e l’affare saltò.

Ma qualcosa s’incrinò, poiché il nuovo assetto societario non rifletteva più la sua visione. L’autonomia operativa si ridusse, le logiche interne cambiarono e a fine stagione 1988-89, Cappellari si fece da parte. Fu una scelta pesante, ma lucida. Si aprì così una nuova fase della sua carriera.

Passò alla direzione generale del Forum di Assago, poi tornò in campo con Varese e ancora con la Fortitudo Bologna, da vicepresidente operativo. Ma il richiamo dell’Olimpia fu ciclico, quasi inevitabile.

Nel 1998 tornò a Milano, chiamato da Bepi Stefanel con un compito preciso: guidare la transizione verso la vendita della società. Quando la proprietà passò a Pasquale Caputo, Cappellari venne confermato come A.D. Ma lo scontro con l’altro socio operativo, Joe Bryant, fu insanabile e si dimise nel dicembre 1999.

Un anno dopo, nel novembre 2000, l’Olimpia cambiò ancora proprietà: Sergio Tacchini rilevò la società e la prima mossa fu quella di riportare Toni Cappellari alla guida operativa. Rimase fino al 2002, in un triennio complicato, chiuso con la salvezza all’ultima giornata contro Imola.

Numeri? 5 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 1 Intercontinentale, 1 Korac, 2 Coppe Italia.
Fatti? È stato il GM dell’Olimpia più vincente di sempre.
L’Olimpia degli anni ’80 cambiò il basket italiano e Toni Cappellari la costruì pezzo per pezzo.

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