90 anni Olimpia · Storia 02 di 90
Il numero proibito: storia (e leggenda) del “4” all’Olimpia
Le grandi squadre spesso vivono anche di rituali, feticci, piccole superstizioni che, col tempo, diventano parte del patrimonio identitario. All’Olimpia Milano, tra le pieghe della storia, ce n’è una che affonda le radici in un episodio tanto preciso successo al fondatore del club il 4 aprile del 1944.
Quel giorno Adolfo Bogoncelli ricevette la diagnosi che avrebbe cambiato la sua vita: poliomielite. Un verdetto senza appello, che l’avrebbe costretto da lì in avanti a camminare con un bastone. Era il 4/4/44. Troppa coincidenza, troppo simbolismo per lasciarlo cadere nel vuoto. Quel numero – il 4 – diventò per Bogoncelli un simbolo di sfortuna, un presagio da evitare. E così, un po’ per scaramanzia, l’Olimpia lo bandì.
Niente maglie col numero 4, né in prima squadra né nelle giovanili, con un’unica eccezione storica: Cesare Volpato, nei primi anni ’60. Negli spogliatoi del Palalido si passava direttamente dal 3 al 5. Persino il magazine ufficiale della società, Basket Show, seguì – volontariamente o meno – la stessa linea: uscì col numero 1, poi 2, 3… e poi 5.
Nel 1974, anno del debutto del marchio Innocenti sulle divise, il maglificio commise un errore: fornì alle giovanili mute di maglie col numero 4. Un dettaglio solo in apparenza trascurabile, che per i più scaramantici contribuì a spiegare l’infelice andamento di quella stagione. Coincidenze, certo. Ma in casa Olimpia le coincidenze fanno storia.
Poi, improvvisamente, qualcosa cambia. Nel 1992 arriva a Milano Aleksandar “Sasha” Djordjevic. Di fronte alle superstizioni, Sasha non arretra: vuole il 4 sulla maglia. Immune al passato, incurante dei segnali, l’indossa con orgoglio. E con lui, nel 1994, un altro fuoriclasse serbo, per una sola stagione (in quella successiva indossò il numero 10): Dejan Bodiroga.
Il tabù è stato infranto, ma non dimenticato. Ancora oggi, tra chi frequenta l’ambiente Olimpia, c’è chi preferisce non nominarlo troppo quel numero, perché alla fine, anche i club più razionali conservano un angolo di irrazionalità, per rispetto di chi c’era, di chi ha fondato il club, di chi ha creduto che certi numeri possano avere un peso.