90 anni Olimpia · Storia 01 di 90
Adolfo Bogoncelli
Se c’è stato un momento in cui il basket italiano ha smesso di essere un passatempo di pochi per diventare un fenomeno nazionale, quel passaggio porta il nome di Adolfo Bogoncelli, non solo per i trofei vinti, per le intuizioni geniali o per le prime sponsorizzazioni, ma soprattutto per quella visione imprenditoriale e culturale che ha saputo trasformare la pallacanestro da sport di nicchia a prodotto da palcoscenico nazionale.
Bogoncelli nacque a Treviso il 6 dicembre 1915, attraversò il Novecento con una lucidità rara, incrociando studio, intuizione e senso del dovere. Cresciuto tra Treviso e Firenze — dove fu compagno di banco di Emilio Pucci — si laureò in Giurisprudenza a Milano dopo un passaggio a Padova, allievo di maestri come Einaudi e Carnelutti. Ma la sua vita cambiò nel 1938, a Modena, dove s’iscrisse alla facoltà di Chimica. Fu lì che, tra i corridoi dei GUF (Gruppi Universitari Fascisti), gli affidarono il compito di riorganizzare la sezione di palla al cesto. Bogoncelli non aveva mai visto un canestro in vita sua, ma capì subito che quel gioco aveva un’anima da scolpire.
Con l’aiuto dell’amico triestino Albino Bocciai, pivot triestino della nazionale, e di una generazione di studenti talentuosi in arrivo dalla Ginnastica Triestina, mise insieme una squadra universitaria che nel 1940 sfiorò la finale nazionale dei Littoriali. Non era ancora l’Olimpia, ma l’embrione della sua visione: costruire, con metodo e passione, qualcosa che durasse nel tempo.
Di ritorno a Milano dopo la fine della guerra, Bogoncelli, ormai appassionato di pallacanestro, fu nominato presidente di una squadra fondata dall’anconetano Alceo Moretti con il contributo economico del Partito d’Azione, il Centro Sportivo Triestino della Lombardia – Milano, così chiamata non solo per la provenienza geografica dei giocatori ma anche e soprattutto per sostenere la causa di Trieste italiana. I primi contatti col basket Moretti li stabilì a Pola, da allievo ufficiale nei Bersaglieri, conoscendo Sergio Paganella che gli presentò Cesare Rubini e Adolfo Bogoncelli, quest’ultimo l’uomo che avrebbe favorito il trasferimento a Milano dei cestisti triestini Valentino Pellarini, Livio Fabiani, Tullio Pitacco, Luigi (Tuccio) Sumberaz, Nino Miliani e Locchi, che raggiunsero Sader che a Milano già lavorava alla Total. La squadra nel 1946 arrivò seconda nel raggruppamento Nord, dietro la Reyer Venezia.
Ma l’esperienza durò poco: con lo scioglimento del Partito d’Azione dopo la sconfitta alle elezioni del 1946, anche i finanziamenti vennero meno e Moretti si fece da parte. Fu allora che Bogoncelli si mise in proprio, trasferendo la squadra a Como con l’appoggio economico dell’imprenditore lariano Gianni Colombo. La squadra, allenata da Vittorio Ugolini, si classificò seconda nel girone C di semifinale, dietro la Virtus Bologna, che poi vinse lo scudetto.
L’avventura comasca, però, si scontrò presto con difficoltà logistiche – mancavano strutture adeguate - e al termine della stagione Bogoncelli decise di ritornare a Milano con un’idea chiara: fondare qualcosa di definitivo. Fu così che nel 1947 nacque l’Olimpia. Il nome fu scelto pensando ai Giochi di Berlino del 1936, ai quali aveva assistito e che lo avevano profondamente ispirato. Il simbolismo era chiaro: lo sport come celebrazione, spettacolo e cultura.
Nel 1948 avvenne la svolta. Bogoncelli acquisì il titolo sportivo del glorioso ma decaduto Borletti e fuse le due realtà in un’unica creatura: Borletti-Olimpia, affiliazione numero 107 alla FIP, tuttora codice di affiliazione della Pallacanestro Olimpia Milano. Con la continuità sportiva si portarono a casa anche i quattro scudetti del Borletti, ma Bogoncelli scelse con cura l’anno di fondazione ufficiale: il 1936, l’anno del primo tricolore. Perché la storia, anche nel marketing sportivo, è una risorsa.
Ma fu con l’abbinamento Simmenthal che Bogoncelli scrisse un altro capitolo rivoluzionario. L’imprenditore Sada gli affidò 17 milioni di lire, cifra mostruosa per l’epoca, e lui capì che quella sponsorizzazione doveva diventare qualcosa di più di un nome sulla maglia. Cambiò la ragione sociale, costringendo i media a scrivere Simmenthal Milano. Da quel momento, il binomio sponsor-squadra divenne una regola, aprendo la strada a una nuova era del professionismo. Dal 1956 al 1973 il Simmenthal vinse 10 scudetti, una Coppa dei Campioni, due Coppe delle Coppe e una Coppa Italia.
Lo chiamavano “il rapinatore d’Italia”, per la capacità di attrarre a Milano i migliori talenti: Rubini, Romanutti, Pieri da Trieste, Stefanini e Vianello da Venezia, Vittori da Gorizia. Ma non c’era nulla di predatorio, solo strategia, visione e spesso mediazioni complesse: offrire un lavoro ai genitori, rilevare un’attività commerciale (come nel caso del torrefattore Pieri), o trattare lunghe notti intere — come quella, romantica e amara, con Riminucci — per tentare di passare il testimone.
Con gli americani, Bogoncelli fu precursore. Studiava Converse Yearbook con lente d’ingrandimento, incrociando statistiche e profili con il supporto di un agente statunitense. Portò in Italia Bon Salle, Tillman, Bradley. Teneva i contatti anche dopo: con Bill Bradley parlava ancora due volte l’anno, sognando di assistere alla sua investitura alla Casa Bianca. Dietro l’apparente austerità del manager, c’era sempre la sensibilità dell’uomo.
Con la Federazione fu protagonista, spesso scomodo. Affondò presidenti, ne fece eleggere altri (come Vinci, in cambio della concessione del doppio tesseramento per gli stranieri), fondò e promosse la Lega come contropotere alla FIP. Non amava i compromessi, e questo — come raccontava — gli costò molto, in solitudine e riconoscimenti. Milano, la città che contribuì a rendere capitale del basket, non gli diede mai abbastanza in cambio. Nessuna agevolazione, nessuna stretta di mano concreta dalle istituzioni, solo strette di cordiale circostanza nei giorni da parata.
Fu questo isolamento, unito alla crescita incontrollata dei costi, a convincerlo a mollare. L’abbandono fu doloroso, reso definitivo da una campagna stampa velenosa e da quel mancato sì di Riminucci alla sua proposta di prendere le redini del club. Alla fine, cedette l’Olimpia a Gabetti, gratis, “perché se avessi chiesto un soldo non l’avrebbe presa”.
La sua idea di basket era chiara: creare grandi squadre per attrarre pubblico, media, sponsor. Fu lui a suggerire a Borghi la nascita dell’Ignis Varese, a spingere Palumbo alla Gazzetta dello Sport perché desse spazio al basket, a trattare ogni campagna acquisti come una strategia industriale. Vedeva nel professionismo arbitrale, nella televisione pagante, nell’equilibrio tra etica e spettacolo, le chiavi del futuro. Un precursore in tutto e per tutto.
Quando si congedò, con il tono fiero di chi sa di aver scritto la storia, lasciò un vuoto che il basket italiano non ha mai colmato del tutto.